{"id":1957,"date":"2019-10-25T12:41:34","date_gmt":"2019-10-25T10:41:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/?p=1957"},"modified":"2019-10-25T12:41:34","modified_gmt":"2019-10-25T10:41:34","slug":"un-quarto-della-manifattura-italiana-lavora-anche-conto-terzi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/un-quarto-della-manifattura-italiana-lavora-anche-conto-terzi\/","title":{"rendered":"Un quarto della manifattura italiana lavora anche conto terzi"},"content":{"rendered":"<p><span class=\"dropcap dropcap3\">D<\/span>alle navi da crociera alle scarpe ai mobili, i prodotti italiani sono sinonimo di qualit\u00e0. Potrebbe sembrare un luogo comune ma \u00e8 un fatto confermato: tra il 2002 e il 2017 (ultimi dati disponibili) il valore medio unitario dell\u2019export italiano (valore medio per tonnellata) \u00e8 cresciuto del 54%, molto pi\u00f9 di quello degli altri grandi Paesi Ue (UK +40%, Germania +21%, Francia +17%, Spagna +13%).<\/p>\n<p>La qualit\u00e0 del made in Italy investe ovviamente anche la produzione conto terzi, elemento strutturale della nostra economia. Se ad oggi non esistono confronti internazionali che ci descrivano il ruolo del conto terzi nelle economie dei diversi Paesi, alcuni fatti possono essere d\u2019aiuto. L\u2019Italia \u00e8 il primo Paese europeo per produzione farmaceutica conto terzi. Guardando ad un\u2019altra filiera, l\u2019Italia \u00e8 il primo produttore mondiale di make up, quasi tutto conto terzi. Due primati che delineano il posizionamento internazionale del terzismo made in Italy.<\/p>\n<p>Fondazione Symbola e Famindustria hanno indagato con interviste e approfondimenti statistici \u2013 il primo studio sul totale del conto terzi italiano \u2013 questa attitudine trasversale alle filiere del made in Italy.<\/p>\n<p>Nel nostro Paese sono 108 mila le imprese della manifattura (il 27% del totale) che hanno prodotto almeno una volta conto terzi (ultimi dati disponibili, 2016), per un fatturato relativo a questi prodotti pari a 56 miliardi di euro (il 6,3% del fatturato totale della manifattura).<\/p>\n<p>La quota di fatturato conto terzi sul totale del fatturato varia da settore a settore: si passa dal 13,3% dell\u2019abbigliamento al 9,6% dell\u2019automazione al 6,4 della farmaceutica al 6% dell\u2019arredamento fino all\u20191,3 % dell\u2019alimentare.<\/p>\n<p>Diverso ovviamente il peso delle specifiche filiere sul totale del fatturato italiano conto terzi: predomina l\u2019automazione (43,5% del totale), seguita da abbigliamento (8,2%), arredamento (5,4%), alimentare (3%) e farmaceutica (2,9%) (l\u2019altro 27% \u00e8 legato a comparti con quote minori, come gomma, plastica, elettronica, prodotti petroliferi, \u2026).<\/p>\n<p>La diversit\u00e0 delle filiere si riflette anche nella diversa dimensione delle imprese terziste: mentre nel resto del manifatturiero predominano piccole e medie imprese (sotto i 50 addetti) nella farmaceutica la maggioranza sono le imprese con oltre 250 addetti.<\/p>\n<p>Se questo \u00e8 il panorama italiano delle imprese che anche una sola volta l\u2019anno hanno lavorato conto terzi, per una descrizione pi\u00f9 puntuale del fenomeno si \u00e8 scelto di osservare le imprese per le quali il fatturato conto terzi \u00e8 maggiore del 50% del fatturato totale (in cui, cio\u00e8, il conto terzi \u00e8 prevalente).<\/p>\n<p>In questo specifico perimetro rientrano 69 mila imprese \u2013 il 64% del totale dei terzisti \u2013, 455 mila addetti e un fatturato conto terzi pari a 47 miliardi di euro. Queste imprese investono in macchinari (dal 3% del fatturato come l\u2019alimentare, al 3,7% dell\u2019arredamento fino al 4,3% della Farmaceutica) e in formazione (nella meccanica, ad esempio, 270 euro l\u2019anno per addetto; nella farmaceutica 413; ma anche nell\u2019alimentare: 78 euro).<\/p>\n<p>Ed esportano: il 12% del fatturato nel caso dell\u2019alimentare, il 14% dell\u2019abbigliamento, il 15% dell\u2019arredamento, il 17,5% della meccanica per arrivare al 67,6% della farmaceutica. Sono dati che descrivono un conto terzi in parte diverso dalla vulgata: meno esecutore puro e pi\u00f9 co-protagonista nella messa a punto del prodotto, un vero partner del committente.<\/p>\n<p>Aspetti confermati dall\u2019indagine qualitativa di Fondazione Symbola e Farmindustria: trenta interviste a rappresentanti di categoria e imprese (sia conto terzi che committenti) di cinque filiere del made in Italy (abbigliamento, agroalimentare, arredo, automotive, farmaceutica). Le interviste hanno evidenziato, pur nella diversit\u00e0 delle filiere, una serie di caratteristiche che descrivono i punti di forza del terzismo italiano:<\/p>\n<p><strong>1. Eccellenza produttiva, flessibilit\u00e0 e affidabilit\u00e0<\/strong>. Si viene in Italia per far produrre i propri prodotti perch\u00e9 l\u2019Italia evoca e garantisce capacit\u00e0 produttiva eccellente, professionalit\u00e0, qualit\u00e0, e anche flessibilit\u00e0 e creativit\u00e0. Se sono in ballo le economie di scala, le commodities, l\u2019Italia non pu\u00f2 competere con altri Paesi. Ma quando si parla di qualit\u00e0, competenze, affidabilit\u00e0, innovazione, servizi e assistenza al committente allora siamo molto competitivi.<\/p>\n<p><strong>2. Il fattore umano<\/strong>. In tutto il made in Italy il fattore umano \u00e8 un elemento decisivo. Da questo dipendono la qualit\u00e0 produttiva, la capacit\u00e0 di innovare, di affrontare la complessit\u00e0 (che sia quella di un capo spalla per un abito o quella di una macchina per confezionare farmaci) e risolvere i problemi.<\/p>\n<p><strong>3. L\u2019importanza del territorio<\/strong>. Tra i punti di forza del made in Italy in generale e del nostro terzismo in particolare vanno annoverati il fitto tessuto produttivo nazionale (non solo nei distretti) e la rete di relazioni che lo innerva. Relazioni che contribuiscono a garantire flessibilit\u00e0 produttiva e in cui le imprese possono trovare competenze che le rendono pi\u00f9 competitive: con altri soggetti imprenditoriali (con importanti vantaggi nella competitivit\u00e0 anche economica) ma anche con la rete universitaria e associativa.<\/p>\n<p><strong>4. Tecnologia e impianti<\/strong>. L\u2019eccellenza produttiva del made in Italy, oltre al saper fare, \u00e8 legata ovviamente \u2013 a livelli diversi nei vari settori produttivi \u2013 alle tecnologie impiegate. La qualit\u00e0 delle produzioni, la flessibilit\u00e0 che si riesce a garantire, l\u2019efficienza dei processi, la sostenibilit\u00e0 ambientale sono legati anche al grado di affidabilit\u00e0 e di innovazione dei macchinari e degli impianti utilizzati.<\/p>\n<p><strong>5. Sostenibilit\u00e0 ambientale<\/strong>. Oltre che importante fattore di efficienza, la sostenibilit\u00e0 ambientale \u00e8 una richiesta del consumatore e del committente. Le scelte ambientali rendono pi\u00f9 competitiva l\u2019offerta dei terzisti.<\/p>\n<p><strong>6. Servizi, fino al pacchetto completo<\/strong>. La tendenza delle imprese committenti a concentrarsi su ideazione, design, innovazione, progettazione e poi su marketing, distribuzione e vendita le spinge a ricercare terzisti in grado di offrire una elevata preparazione tecnica e produttiva, di realizzare lavorazioni complesse, pacchetti completi con importanti componenti di servizio (arrivando alle campagne di comunicazione o al customer service e addirittura fino alla progettazione). Sempre pi\u00f9 i committenti cercano relazioni con un solo soggetto che gestisca la rete di sub-fornitori: il terzista assume in questi casi un ruolo di \u2018responsabile e garante\u2019 della sub-fornitura.<\/p>\n<p><strong>7. Il valore delle certificazioni<\/strong>. Le imprese contoterziste scelgono le certificazioni come valore aggiunto da offrire al committente, che in questo modo se ne potr\u00e0 fregiare agli occhi del cliente finale, o potr\u00e0 utilizzarle per arrivare a nuovi mercati. Le offrono come garanzia della qualit\u00e0 della produzione e come indicatore di trasparenza dei processi.<\/p>\n<p><strong>8. L\u2019innovazione risale la filiera<\/strong>. Generalmente si ritiene che il grado di innovazione di un prodotto dipenda esclusivamente dalle scelte e dagli investimenti del committente. Non sono rari i casi in cui, invece, \u00e8 il terzista che \u2013 con la sua esperienza, le sue competenze e con gli investimenti in R&amp;S \u2013 ottiene innovazioni che poi vengono proposte al committente e che, in questo modo, al prodotto.<\/p>\n<p><strong>9. Integrazione della filiera<\/strong>. Tra i fattori di sviluppo delle imprese del terzismo (come delle imprese in genere) si osserva l\u2019integrazione della filiera che pu\u00f2 essere verticale (fasi produttive successive) o orizzontale (prodotti e processi affini alla filiera tecnologico-produttiva gi\u00e0 esistente). Un passaggio che aggiunge know-how e consente maggiori efficienze produttive e, ovviamente, anche economiche.<\/p>\n<p><strong>10. Conto terzi, una specializzazione<\/strong>. I terzisti, contrariamente a quanto si possa immaginare, non hanno tutti l\u2019ambizione di affiancare alla produzione conto terzi quella conto proprio. Stare sul mercato col proprio brand vuol dire avere competenze che il terzista non ha, e che spesso non vuole avere: procurarsele vorrebbe dire sfocare la specializzazione che lo rende apprezzato sul mercato, vorrebbe dire disperdere le energie col rischio di indebolire i propri punti di forza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dalle navi da crociera alle scarpe ai mobili, i prodotti italiani sono sinonimo di qualit\u00e0. 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