{"id":2497,"date":"2020-02-11T12:40:38","date_gmt":"2020-02-11T11:40:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/?p=2497"},"modified":"2020-02-11T12:40:38","modified_gmt":"2020-02-11T11:40:38","slug":"istat-popolazione-in-calo-soprattutto-nel-mezzogiorno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/istat-popolazione-in-calo-soprattutto-nel-mezzogiorno\/","title":{"rendered":"Istat: popolazione in calo, soprattutto nel Mezzogiorno"},"content":{"rendered":"<p><span class=\"dropcap dropcap3\">A<\/span>lla luce dei primi risultati provvisori, l\u2019anno appena concluso non risulta contrassegnato, per quanto concerne il quadro demografico nazionale, da significativi cambiamenti, inversioni di tendenza o improvvisi quanto temporanei shock di periodo.<\/p>\n<p>Il 2019 \u00e8, infatti, un anno nel quale le tendenze demografiche risultano da un punto di vista congiunturale in linea con quelle mediamente espresse negli anni pi\u00f9 recenti.<\/p>\n<p>Le evidenze documentano ancora una volta bassi livelli fecondit\u00e0, un regolare quanto atteso aumento della speranza di vita, cui si accompagna, come ormai di consueto, una vivace dinamica delle migrazioni internazionali.<\/p>\n<p>Il riflesso di tali andamenti demografici comporta nel complesso un\u2019ulteriore riduzione della popolazione residente, scesa al 1\u00b0 gennaio 2020 a 60 milioni 317mila. La popolazione, che risulta ininterrottamente in calo da cinque anni consecutivi, registra nel 2019 una riduzione pari al -1,9 per mille residenti.<\/p>\n<p>La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi) risultata nel 2019 pari a -212mila unit\u00e0, solo parzialmente attenuata da un saldo migratorio con l\u2019estero ampiamente positivo (+143mila). Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo per altri motivi) comportano, inoltre, un saldo negativo per 48mila unit\u00e0. Nel complesso, pertanto, la popolazione diminuisce di 116mila unit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>In crescita demografica solo alcune regioni del Nord<\/strong><\/p>\n<p>Il calo della popolazione si concentra prevalentemente nel Mezzogiorno (-6,3 per mille) e in misura inferiore nel Centro (-2,2 per mille). Al contrario, prosegue il processo di crescita della popolazione nel Nord (+1,4 per mille).<\/p>\n<p>Lo sviluppo demografico pi\u00f9 importante si \u00e8 registrato nelle Province autonome di Bolzano e Trento, rispettivamente con tassi di variazione pari a +5 e +3,6 per mille. Rilevante anche l\u2019incremento di popolazione osservato in Lombardia (+3,4 per mille) ed Emilia-Romagna (+2,8).<\/p>\n<p>La Toscana, pur con un tasso di variazione negativo (-0,5 per mille), \u00e8 la regione del Centro che contiene maggiormente la flessione demografica e comunque l\u2019ultima a porsi sopra il livello di variazione medio nazionale (-1,9).<\/p>\n<p>Totalmente contrapposte le condizioni di sviluppo demografico nelle quali versano le singole regioni del Mezzogiorno, la migliore delle quali \u2013 la Sardegna \u2013 viaggia nel 2019 a ritmi di variazione della popolazione pari al -5,3 per mille. Particolarmente critica, infine, la dinamica demografica di Molise e Basilicata che nel volgere di un solo anno perdono circa l\u20191% delle rispettive popolazioni.<\/p>\n<p><strong>Il ricambio naturale della popolazione appare sempre pi\u00f9 compromesso<\/strong><\/p>\n<p>Nel 2019 si registra in Italia un saldo naturale pari a -212mila unit\u00e0, frutto della differenza tra 435mila nascite e 647mila decessi. Preannunciato dall\u2019antitetica dinamica prospettiva di nascite e decessi nell\u2019ultimo decennio, si tratta del pi\u00f9 basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. Ci\u00f2 comporta che il ricambio per ogni 100 residenti che lasciano per morte sia oggi assicurato da appena 67 neonati, mentre dieci anni fa risultava pari a 96.<\/p>\n<p>L\u2019analisi in serie storica delle nascite pone in evidenza come il dato relativo al 2019, appena 435mila, risulti il pi\u00f9 basso mai riscontrato nel Paese. Per contro, il numero dei decessi, 647mila, pur di poco inferiore al record riscontrato nel 2017 (649mila), rispecchia in pieno le tendenze da tempo evidenziate. Nel lungo termine, i guadagni conseguiti di sopravvivenza allargano la base di coloro che vivono molto pi\u00f9 a lungo di un tempo e fino alle et\u00e0 pi\u00f9 avanzate dell\u2019esistenza, portando a far crescere il numero annuale di decessi e accentuando oltremodo, in senso fortemente negativo, il bilancio del saldo naturale.<\/p>\n<p>Pur nella variet\u00e0 dei diversi contesti territoriali, pi\u00f9 o meno marcati anche in relazione al diverso livello di invecchiamento, la dinamica naturale \u00e8 ovunque negativa, eccezion fatta per la Provincia di Bolzano, l\u2019unica dove il ricambio della popolazione risulta ancora pi\u00f9 che in equilibrio (+1,3 per mille residenti).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Pi\u00f9 che positivo, sebbene in calo, il saldo migratorio con l\u2019estero <\/strong><\/p>\n<p>Il saldo migratorio con l\u2019estero nel 2019 risulta positivo per 143mila unit\u00e0, in virt\u00f9 del fatto che a fronte di 307mila iscrizioni anagrafiche dall\u2019estero si hanno solo 164mila cancellazioni. Il dato risulta in evidente calo se confrontato con quello del biennio precedente (in media oltre 180mila unit\u00e0 aggiuntive annue) e persino al di sotto della media degli ultimi cinque anni (+156mila).<\/p>\n<p>Dal lato delle iscrizioni si assiste a una sostanziale riduzione del volume complessivo se confrontato con quello del biennio precedente, con 25mila ingressi in meno rispetto al 2018 e 34mila sul 2017. Parallelamente, si assiste a un nuovo rialzo delle cancellazioni per l\u2019estero, il cui volume totale, sfiorando le 164mila unit\u00e0, raggiunge il livello pi\u00f9 alto da che sono disponibili statistiche omogenee sul fenomeno (1981).<\/p>\n<p>Per quanto i movimenti con l\u2019estero rappresentino un fondamentale stimolo per il ricambio demografico, anche a fronte del calo osservato nell\u2019ultimo anno, va anche sempre sottolineato quanto differenziati siano gli schemi di comportamento tra cittadini italiani e non italiani. Infatti, i movimenti in ingresso sono per lo pi\u00f9 dovuti a cittadini stranieri, 265mila, oltre 20mila in meno sull\u2019anno precedente, ma in ogni caso preponderanti rispetto agli appena 43mila rimpatri di italiani, che a loro volta si riducono di circa 4mila unit\u00e0. Sul versante dei movimenti in uscita, al contrario, la quota prevalente \u00e8 da attribuire ai cittadini italiani, circa 120mila e 3mila in pi\u00f9 sul 2018, mentre le emigrazioni di stranieri (certificate da una cancellazione anagrafica) riguardano soltanto 44mila individui (+4mila).<\/p>\n<p>Il saldo migratorio netto generale della popolazione residente, pari a +143mila nel 2019, \u00e8 dunque la somma di due componenti di segno opposto: l\u2019una positiva per 220mila unit\u00e0 e dovuta alla popolazione straniera, l\u2019altra negativa per 77mila unit\u00e0 e dovuta al comportamento migratorio degli italiani.<\/p>\n<p>Sul piano territoriale, tutte le regioni sono interessate da saldi migratori con l\u2019estero positivi, tuttavia in veste pi\u00f9 accentuata nel Nord (3,1 per mille abitanti) e nel Centro (2,9 per mille), rispetto a un Mezzogiorno meno attrattivo (1,1 per mille). La regione con la pi\u00f9 vivace dinamica per migrazioni internazionali \u00e8 l\u2019Emilia-Romagna (3,8 per mille), che precede Toscana (3,7) e Lombardia (3,5), mentre appaiate per livelli minimi risultano Sicilia e Sardegna (0,6 per mille).<\/p>\n<p><strong>Stabile il numero medio di figli per donna<\/strong><\/p>\n<p>Nonostante l\u2019ennesimo record negativo di nascite, la fecondit\u00e0 rimane costante al livello espresso nel 2018, ossia 1,29 figli per donna. Ci\u00f2 in quanto il numero annuale di nascite \u00e8 vincolato non solo ai livelli riproduttivi delle madri ma anche alla loro dimensione assoluta e strutturale.<\/p>\n<p>Nell\u2019ultimo biennio, in particolare, tra le donne residenti in et\u00e0 feconda (convenzionalmente di 15-49 anni) si stima una riduzione di circa 180mila unit\u00e0. In aggiunta a tale fattore va poi richiamato che i tassi specifici di fecondit\u00e0 per et\u00e0 della madre continuano a mostrare un sostanziale declino nelle et\u00e0 giovanili (fino a circa 30 anni) e un progressivo rialzo in quelle pi\u00f9 anziane (dopo i 30). L\u2019et\u00e0 media al parto ha toccato i 32,1 anni, anche perch\u00e9 nel frattempo la fecondit\u00e0 espressa dalle donne 35-39enni ha superato quella delle 25-29enni. Non solo, fanno pi\u00f9 figli le donne ultraquarantenni di quanti ne facciano le giovani sotto i 20 anni di et\u00e0 mentre il divario con le 20-24enni \u00e8 stato quasi del tutto assorbito.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Rilevante il contributo alla natalit\u00e0 delle immigrate <\/strong><\/p>\n<p>Circa un quinto delle nascite occorse nel 2019 \u00e8 da parte di madre straniera. Tra queste, pari a un totale di 85mila, 63mila sono quelle prodotte con partner straniero (che quindi incrementano il numero di nati in Italia con cittadinanza estera), 22mila quelle con partner italiano. I nati da cittadine italiane sono invece 349mila, di cui 341mila con partner connazionale e circa 8mila con partner straniero.<br \/>\nAl pari di quella generale, la natalit\u00e0 risulta in calo per tutte le tipologie di coppia.<\/p>\n<p>Le donne straniere, che usualmente evidenziano un comportamento riproduttivo pi\u00f9 marcato e che sono favorite da una struttura per et\u00e0 pi\u00f9 giovane, hanno avuto in media 1,89 figli (contro 1,94 del 2018). Le italiane, dal canto loro, con 1,22 figli sono rimaste all\u2019incirca allo stesso livello dell\u2019anno precedente (1,21). Nel frattempo, l\u2019et\u00e0 media al parto sale di un ulteriore punto decimale sia per le straniere sia per le italiane. Le prime, abitualmente precoci, procreano in media intorno ai 29,1 anni di et\u00e0. Le italiane, come noto pi\u00f9 tardive, hanno come riferimento centrale i 32,6 anni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fecondit\u00e0 pi\u00f9 alta al Nord<\/strong><\/p>\n<p>Nel 2019, come ormai da qualche anno, la fecondit\u00e0 pi\u00f9 elevata si manifesta nel Nord del Paese<br \/>\n(1,36 figli per donna), ben davanti a quella del Mezzogiorno (1,26) e del Centro (1,25). Il primato della zona pi\u00f9 prolifica spetta alla Provincia di Bolzano con 1,69 figli per donna, che precede Trento con 1,43. A parte queste due specifiche realit\u00e0 del Nord-est, la zona dove la propensione ad avere figli risulta pi\u00f9 alta \u00e8 nel triangolo Lombardia (1,36), Emilia-Romagna (1,35) e Veneto (1,32), evocando una discreta correlazione tra intenzioni riproduttive e potenzialit\u00e0 garantite da un maggior sviluppo economico e sociale di tali regioni.<\/p>\n<p><strong>La speranza di vita alla nascita si allunga di un mese<\/strong><\/p>\n<p>Nel 2019 migliorano le condizioni di sopravvivenza della popolazione e si registra un ulteriore aumento della speranza di vita alla nascita. A livello nazionale gli uomini sfiorano gli 81 anni, le donne gli 85,3. Per gli uni come per le altre l\u2019incremento sul 2018 \u00e8 pari a 0,1 decimi di anno, corrispondente a un mese di vita in pi\u00f9.<\/p>\n<p>Dopo decenni di costanti e consistenti incrementi \u00e8 da sottolineare, tuttavia, come la speranza di vita abbia iniziato a rallentare il suo ritmo di crescita. Il fenomeno \u00e8 particolarmente accentuato tra le donne. Basti pensare che il genere femminile impieg\u00f2 18 anni, ovvero dal 1972 al 1990, per portarsi da 75 a oltre 80 anni di speranza di vita alla nascita. Invece, per raggiungere il successivo traguardo degli<br \/>\n85 anni occorse circa un quarto di secolo, dal 1990 al 2014. Venendo poi all\u2019analisi di quanto avvenuto pi\u00f9 di recente, nel solo decennio 2009-2019 le donne conseguono un incremento di sopravvivenza pari a 1,5 mesi in pi\u00f9 all\u2019anno, quando nel decennio precedente, 1999-2009, fu pari a 2,5.<\/p>\n<p>Gli uomini presentano pi\u00f9 ampi margini di guadagno in termini di sopravvivenza. Margini, peraltro, che finora hanno di fatto consentito loro di recuperare parte dello svantaggio sulle donne, oggi pari a 4,3 anni di speranza di vita in meno, contro i circa 7 di 40 anni fa. Tuttavia, anche per gli uomini i ritmi di crescita appaiono in calo; a fronte di un guadagno medio annuale di circa 3,5 mesi nel decennio<br \/>\n1999-2009, si \u00e8 passati a 2,5 mesi all\u2019anno nel decennio 2009-2019.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Si vive pi\u00f9 a lungo nel Nord-est<\/strong><\/p>\n<p>Il rallentamento dei ritmi di crescita della speranza di vita non pregiudica comunque l\u2019evidenza che vede l\u2019Italia tra i Paesi a elevata longevit\u00e0, in grado di segnare ogni anno nuovi record di sopravvivenza, quali quelli riscontrati nel 2019.<\/p>\n<p>Particolarmente felice, sotto questo punto di vista, \u00e8 la situazione che emerge un po&#8217; in tutto il Nord-est, dove si riscontrano condizioni di sopravvivenza assai favorevoli. Gli uomini residenti in questa ripartizione geografica possono infatti contare su una speranza di vita alla nascita pari a 81,6 anni, le donne pari a 85,9. Il Mezzogiorno, al contrario, gode di condizioni di sopravvivenza meno favorevoli, in virt\u00f9 di una speranza di vita alla nascita di 80,2 anni tra gli uomini e di 84,5 tra le donne. Intermedi e ravvicinati sono invece i livelli di sopravvivenza nel Nord-ovest e nel Centro, dove risulta identica la speranza di vita alla nascita per le donne (85,5) mentre leggermente favoriti risultano i residenti nel Centro per quanto concerne gli uomini (81,3 contro 81,1).<\/p>\n<p>Il primato regionale tra gli uomini compete alla Provincia di Trento (82,2 anni), seguono Umbria (81,9), Marche (81,8) e Provincia di Bolzano (81,8). Trento rappresenta l\u2019area pi\u00f9 favorevole per la sopravvivenza anche per le donne, grazie a una vita media di 86,6 anni, dato che costituisce peraltro il pi\u00f9 alto livello di speranza di vita alla nascita mai toccato nella storia del Paese per una singola regione.<\/p>\n<p><strong>Le migrazioni interne uno dei motivi dello spopolamento nel Mezzogiorno<\/strong><\/p>\n<p>Nel Mezzogiorno il bilancio demografico complessivo presenta per l\u2019ennesima volta (dal 2014) segno negativo (-129mila residenti, pari al -6,3 per mille abitanti). A tale situazione concorrono sia le poste demografiche relative alla dinamica naturale (-2,9 per mille), sia soprattutto quelle relative alle migrazioni interne (-3,8 per mille).<\/p>\n<p>Si conta, infatti, che nel corso del 2019 circa 418mila individui abbiano lasciato un Comune del Mezzogiorno quale luogo di residenza per trasferirsi in un altro Comune italiano (eventualmente anche dello stesso Mezzogiorno, ma in ogni caso diverso da quello di origine), mentre circa 341mila sono gli individui che hanno eletto un Comune del Mezzogiorno quale luogo di dimora abituale (eventualmente anche provenienti da altro Comune dello stesso Mezzogiorno). Tale dinamica sfavorevole ha generato, quindi, un saldo negativo pari a -77mila unit\u00e0 per il complesso della ripartizione, risultando peraltro accresciuto rispetto al -73mila occorso nel 2018.<\/p>\n<p>La questione accomuna tutte le regioni del Mezzogiorno \u2013 singolarmente prese tutte presentano saldi migratori interni negativi \u2013 pur se all\u2019interno di un contesto eterogeneo nel quale i margini di grandezza variano dal -1 per mille della Sardegna al -5,8 per mille della Calabria. Le regioni del Nord, dove globalmente si riscontra un tasso del +2,5 per mille, sono quelle a maggiore capacit\u00e0 attrattiva, rispetto a quelle di un Centro che nel complesso registra un +0,6 per mille. Sotto questo profilo, emergono flussi migratori netti molto positivi tanto nella zona nord-occidentale (Lombardia, +3 per mille), quanto soprattutto in quella nord-orientale e segnatamente nelle Province di Trento (+3,9) e Bolzano (+3,4) e in Emilia-Romagna (+3,7).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>55 milioni i cittadini italiani residenti, 5,4 milioni gli stranieri<\/strong><\/p>\n<p>Al 1\u00b0 gennaio 2020 gli stranieri residenti ammontano a 5 milioni 382mila, in crescita di 123mila unit\u00e0 (+2,3%) rispetto a un anno prima. Nel conteggio concorrono 220mila unit\u00e0 in pi\u00f9 per effetto delle migrazioni con l\u2019estero, 55mila unit\u00e0 in pi\u00f9 per effetto della dinamica naturale (63mila nati stranieri contro appena 8mila decessi), 46mila unit\u00e0 in meno per effetto delle revisioni anagrafiche e, infine, 109mila unit\u00e0 in meno per acquisizioni della cittadinanza italiana.<\/p>\n<p>La popolazione residente straniera costituisce dunque l\u20198,9% del totale (era l\u20198,7% un anno prima). Le regioni dove pi\u00f9 forte \u00e8 l\u2019incidenza della popolazione straniera sul totale dei residenti sono l\u2019Emilia-Romagna (12,6%), la Lombardia (12,1%) e il Lazio (11,7%). Il peso percentuale della popolazione straniera risulta relativamente pi\u00f9 basso nel Mezzogiorno (4,4% contro l\u201911% del Centro-nord); il minimo \u00e8 in Puglia e Sardegna (3,5%). Peraltro, fatto pari a 100 il numero di residenti stranieri sul territorio nazionale, 58 risiedono nel Nord (di cui 23 nella sola Lombardia), 25 nel Centro e appena 17 nel Mezzogiorno.<\/p>\n<p>Il ricambio demografico debole determina effetti soprattutto sulla popolazione di cittadinanza italiana, il cui ammontare continua a decrescere di anno in anno. In complesso gli italiani residenti ammontano a 54 milioni 935mila al 1\u00b0 gennaio 2020, con una riduzione di circa 240mila unit\u00e0 (-4,3 per mille) sull\u2019anno precedente. Per i cittadini italiani risultano ampiamente negative le principali poste demografiche: il saldo naturale (-267mila unit\u00e0), il saldo migratorio netto con l\u2019estero (-77mila) e il saldo per gli aggiustamenti di carattere anagrafico (-2mila). Parziale compensazione di tali diminuzioni deriva dalle sole acquisizioni della cittadinanza italiana (+109mila).<\/p>\n<p>Con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, tutte le regioni sono interessate da un processo di riduzione della popolazione di cittadinanza italiana. La questione colpisce particolarmente regioni demograficamente depresse o a pi\u00f9 forte invecchiamento. Come ad esempio la Basilicata (-11,3 per mille), il Molise (-10,4) e la Calabria (-9,1) nel Mezzogiorno, ma anche regioni nel Nord del Paese come la Liguria (-8,7).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Mezzogiorno pi\u00f9 giovane ma a grandi passi verso un profilo per et\u00e0 pi\u00f9 anziano<\/strong><\/p>\n<p>Come conseguenza delle dinamiche dell\u2019ultimo secolo, la struttura per et\u00e0 della popolazione prosegue il suo lento ma costante scivolamento verso le et\u00e0 pi\u00f9 anziane. In termini assoluti di confronto ci\u00f2 si deve al fatto che la vita media si \u00e8 fortunatamente allungata. Prendendo ad esempio in esame quanto accaduto solo negli ultimi dieci anni (bench\u00e9 le origini del processo, come detto, siano assai pi\u00f9 remote) gli individui con 65 anni di et\u00e0 e oltre sono passati da 12,1 a 13,9 milioni, conseguendo pertanto una crescita di 1,8 milioni. Visto in termini relativi, e in tale analisi sono da considerare per\u00f2 anche gli effetti di un regime di fecondit\u00e0 decrescente, ci\u00f2 porta gli ultrasessantacinquenni a rappresentare il 23,1% della popolazione totale al 1\u00b0 gennaio 2020. Il 63,9% della popolazione, d\u2019altro canto, ha et\u00e0 compresa tra 15 e 64 anni mentre solo il 13% ha meno di 15 anni.<\/p>\n<p>Rispetto a 10 anni orsono le distanze tra le classi di et\u00e0 pi\u00f9 rappresentative si sono ulteriormente allungate. La classe pi\u00f9 anziana ha cumulato 2,7 punti percentuali in pi\u00f9 rispetto al 2010 mentre, al contrario, le persone in condizione attiva o formativa sono rispettivamente scese di 1,6 e 1,1 punti percentuali.<\/p>\n<p>Ancora nel 2020, il Mezzogiorno presenta una popolazione pi\u00f9 giovane rispetto al Centro-nord. Ad esempio, la popolazione ultrasessantacinquenne incide per il 21,6% del totale, quando nel Nord e nel Centro risulta rispettivamente pari al 23,9% e al 23,8%. Cos\u00ec come, prendendo a riferimento un indicatore sintetico quale l\u2019et\u00e0 media della popolazione, si pu\u00f2 rilevare come per il Mezzogiorno (44,6 anni) risulti di oltre un anno e mezzo inferiore rispetto a quella del Centro-nord (46,2 anni). Ciononostante, si deve anche sottolineare che le distanze sono in progressiva riduzione. Nel 2010, infatti, il Mezzogiorno deteneva un\u2019et\u00e0 media di oltre due anni e mezzo inferiore; il segno evidente che la recente dinamica demografica di questa ripartizione \u2013 bassa natalit\u00e0, relativo minor impatto delle migrazioni con l\u2019estero, fuga dei giovani verso il Centro-nord \u2013 sta alimentando oltre misura il processo di invecchiamento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alla luce dei primi risultati provvisori, l\u2019anno appena concluso non risulta contrassegnato, per quanto concerne il quadro demografico nazionale, da significativi cambiamenti, inversioni di tendenza o improvvisi quanto temporanei shock di periodo. 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