{"id":4873,"date":"2020-12-14T12:12:29","date_gmt":"2020-12-14T11:12:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/?p=4873"},"modified":"2020-12-14T12:12:29","modified_gmt":"2020-12-14T11:12:29","slug":"istat-situazione-e-prospettive-delle-imprese-nellemergenza-sanitaria-covid19","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/istat-situazione-e-prospettive-delle-imprese-nellemergenza-sanitaria-covid19\/","title":{"rendered":"Istat: situazione e prospettive delle imprese nell&#8217;emergenza sanitaria covid19"},"content":{"rendered":"<p><span class=\"dropcap dropcap3\">I<\/span>l 32,4% (con il 21,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilit\u00e0 della propria attivit\u00e0 e il 37,5% ha richiesto il sostegno pubblico per liquidit\u00e0 e credito, ottenendolo nell\u201980% dei casi.<\/p>\n<p>La diffusione della vendita di beni o servizi mediante il proprio sito web \u00e8 quasi raddoppiata, coinvolgendo il 17,4% delle imprese.<\/p>\n<p>Nonostante la crisi, il 25,8% delle imprese (che occupano il 36,1% degli addetti) \u00e8 orientata ad adottare strategie di espansione produttiva.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.29.25.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40109\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.29.25.png\" alt=\"\" width=\"659\" height=\"288\" \/><\/a><\/p>\n<p>Tra il 23 ottobre e il 16 novembre 2020, \u00e8 stata condotta la seconda edizione della rilevazione \u201cSituazione e prospettive delle imprese nell\u2019emergenza sanitaria Covid-19\u201d con l\u2019obiettivo di aggiornare le informazioni raccolte nella prima edizione e consentire nuove valutazioni in merito agli effetti della pandemia sull\u2019attivit\u00e0 delle imprese e le loro prospettive.<\/p>\n<p>In questo Report vengono diffuse tempestivamente a cittadini, operatori economici e decisori pubblici, evidenze statistiche di elevata qualit\u00e0 su come le nostre imprese stanno vivendo questa difficile fase della storia del Paese, con particolare riferimento all\u2019impatto economico, finanziario e sulle prospettive future. Inoltre, una specifica attenzione \u00e8 stata data alle conseguenze che l\u2019emergenza sanitaria ha avuto sull\u2019utilizzo delle tecnologie digitali da parte delle imprese, cos\u00ec come all\u2019importanza per le imprese delle misure adottate fino a giugno 2020.<\/p>\n<p>I quattro quinti delle imprese oggetto di indagine (804 mila, pari al 78,9% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 189 mila (pari al 18,6%) appartengono al segmento delle piccole (10-49 addetti) mentre sono circa 22 mila quelle medie (50-249 addetti) e 3 mila le grandi (250 addetti e oltre) che insieme rappresentano il 2,6% del totale. Pi\u00f9 della met\u00e0 delle imprese \u00e8 attiva al Nord (il 29,3% nel Nord-ovest e il 23,4% nel Nord-est), il 21,5% al Centro e il 25,9% nel Mezzogiorno.<\/p>\n<p>Nel corso della rilevazione, il 68,9% delle imprese ha dichiarato di essere in piena attivit\u00e0, il 23,9% di essere parzialmente aperta &#8211; svolgendo la propria attivit\u00e0 in condizioni limitate in termini di spazi, orari e accesso della clientela. Il 7,2% ha invece dichiarato di essere chiuso: si tratta di circa 73 mila imprese, che pesano per il 4,0% dell\u2019occupazione. Di queste 55 mila prevedono di riaprire mentre 17 mila (pari all\u20191,7% delle imprese e allo 0,9% degli occupati) non prevedono una riapertura.<\/p>\n<p>L\u201985% delle unit\u00e0 produttive \u201cchiuse\u201d sono microimprese e si concentrano nel settore dei servizi non commerciali (58 mila unit\u00e0, pari al 12,5% del totale), in cui \u00e8 elevata anche la quota di aziende parzialmente aperte (35,2%). Le attivit\u00e0 sportive e di intrattenimento presentano la pi\u00f9 alta incidenza di chiusura, seguite dai servizi alberghieri e ricettivi e dalle case da gioco. Una quota significativa di imprese attualmente non operative si riscontra anche nel settore della ristorazione (circa 30 mila imprese di cui 5 mila non prevedono di riprendere) e in quello del commercio al dettaglio (7 mila imprese). Il 28,3% degli esercizi al dettaglio chiusi non prevede di riaprire rispetto all\u201911,3% delle strutture ricettive, al 14,6% delle attivit\u00e0 sportive e di intrattenimento e al 17,3% delle imprese di servizi di ristorazione non operative.<\/p>\n<p>Tra le imprese attualmente non operative, quelle presenti nel Mezzogiorno sono a maggior rischio di chiusura definitiva: il 31,9% delle imprese chiuse (pari a 6 mila unit\u00e0) prevede di non riaprire, rispetto al 27,6% del Centro, al 23% del Nord-ovest e al 13,8% del Nord-est (24% in Italia).<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.30.40.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40110\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.30.40.png\" alt=\"\" width=\"664\" height=\"289\" \/><\/a><\/p>\n<p>Tra giugno e ottobre fatturato in calo rispetto al 2019 per sette imprese su 10<br \/>\nIl 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell\u2019occupazione) dichiara una riduzione del fatturato nei mesi giugno-ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi il fatturato si \u00e8 ridotto tra il 10% e il 50%, nel 13,6% si \u00e8 pi\u00f9 che dimezzato e nel 9,2% \u00e8 diminuito meno del 10%.<\/p>\n<p>Rispetto a quanto rilevato per il bimestre marzo-aprile 2020, si conferma dunque un\u2019elevata incidenza di imprese con il valore delle vendite in flessione (erano il 70%) ma si riduce l\u2019intensit\u00e0: il 41,4% delle imprese aveva infatti riportato una riduzione del fatturato superiore al 50% rispetto agli stessi mesi del 2019, il 27,1% tra il 10 e il 50% e il 3% meno del 10%.<\/p>\n<p>Scende anche l\u2019incidenza di casi di mancata realizzazione di fatturato (1,9% rispetto al 14,6% di marzo-aprile) mentre si amplia la quota di imprese con valori del fatturato stabili (19,9% rispetto a 8,9% di marzo-aprile) o in aumento (il 9,8% rispetto al 5%). In particolare il 3,8% dichiara un aumento inferiore al 10% e il 6,0% superiore a tale soglia.<br \/>\nSul territorio, la quota di imprese con vendite in crescita risulta superiore alla media nazionale nella provincia autonoma di Trento (17,5%), in Veneto (12,5%) e Abruzzo (12,3%). Sul versante opposto, la quota di imprese che fanno registrare una flessione del fatturato superiore al 50% \u00e8 pi\u00f9 alta nel Lazio (18,3%), in Sicilia (17,4%), Campania (17,3%) e <strong>Calabria (17,1%)<\/strong>.<\/p>\n<p>A livello settoriale, recuperano rispetto ai risultati particolarmente negativi di marzo-aprile le imprese che operano nelle costruzioni, con il 26,8% che dichiara una stabilit\u00e0 del fatturato e l\u201911,5% una crescita, contro l\u20198,3% e il 6,1% di marzo-aprile. Nel complesso, recupera anche il settore della produzione di beni intermedi ma con specificit\u00e0 a livello di singoli comparti. Pi\u00f9 nel dettaglio, la metallurgia presenta una quota relativamente elevata di imprese con flessione del fatturato mentre nelle industrie farmaceutiche l\u2019incidenza di dinamiche positive, pur consistente (22% dei casi), \u00e8 inferiore a quella di marzo-aprile (28%); l\u2019opposto avviene per l\u2019industria della chimica (21,8% a giugno-ottobre e 18,6% a marzo-aprile).<\/p>\n<p>La quota di operatori che riportano una perdita di fatturato compresa tra il 10 e il 50% \u00e8 superiore alla media complessiva (45,6%) nel comparto dei beni alimentari (50,8%) e in quello dei beni di investimento (49,2%). All\u2019interno della manifattura sono particolarmente colpiti la fabbricazione di prodotti in pelle, l\u2019industria del legno, della carta stampata. La fabbricazione di altri mezzi di trasporto registra invece una quota significativa di imprese con un fatturato in crescita (26,2%).<\/p>\n<p>Il commercio, in particolare quello al dettaglio, ha risultati in linea con quelli aggregati nonostante le limitazioni amministrative: il 42,3% registra un calo del 10-50%, il 10,6% di oltre il 50% e l\u201911,2% di meno del 10%. Molto pi\u00f9 negativo l\u2019andamento dei servizi ricettivi: il 43,5% delle imprese dichiara assenza di fatturato o una diminuzione superiore al 50%, il 43% un calo del 10-50%. Analogamente, il comparto della ristorazione registra il prevalere di flessioni, anche se con un\u2019intensit\u00e0 inferiore rispetto a quello ricettivo: il 26,7% non registra fatturato o subisce riduzioni di oltre il 50%, il 56,3% tra il 10-50%.<\/p>\n<p>I servizi alla persona, alle imprese o professionali si confermano i comparti pi\u00f9 colpiti non riuscendo a beneficiare se non in misura limitata del complessivo miglioramento rispetto alla situazione di marzo-aprile.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.32.49.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40111\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.32.49.png\" alt=\"\" width=\"666\" height=\"298\" \/><\/a><\/p>\n<p>Tra i comparti in difficolt\u00e0 spicca quello delle agenzie di viaggio e tour operator: l\u201988% dichiara una assenza di fatturato o una perdita superiore al 50%. Diminuzioni superiori alla media si rilevano anche nel campo delle attivit\u00e0 creative e artistiche, di produzione cinematografica e musicale, sportive e di intrattenimento, nell\u2019assistenza sociale non residenziale, case da gioco, attivit\u00e0 di noleggio e leasing, istruzione e nel settore della pubblicit\u00e0 e ricerche di mercato.<\/p>\n<p>Le micro imprese (3-9 addetti), pi\u00f9 delle altre tipologie dimensionali, attribuiscono il calo del fatturato alle restrizioni dovute all&#8217;attuazione dei protocolli sanitari, con un\u2019incidenza del 43,2%. Nelle piccole imprese tale quota scende al 35,4%, con un\u2019importanza analoga a quella del calo della domanda nazionale di beni o servizi (35,3%).<\/p>\n<p>Tra le medie e grandi imprese la riduzione del fatturato \u00e8 invece attribuita direttamente al calo della domanda nazionale (36,1% delle risposte tra le imprese di 20-249 addetti e 38,7% tra quelle di 250 addetti e pi\u00f9) o di quella estera (24,8% e 24,3%). Sono decisamente meno frequenti le segnalazioni relative a effetti negativi connesse all&#8217;acquisizione di materie prime, sia in termini di fornitura (1,7%) sia per l&#8217;aumento dei prezzi (1,6%), sia per le esigenze di isolamento\/quarantena del personale (3,2%).<\/p>\n<p>Sei imprese su 10 prevedono perdite di fatturato tra dicembre e febbraio<br \/>\nPer il periodo dicembre 2020 &#8211; febbraio 2021, il 61,5% delle imprese prevede una contrazione del fatturato rispetto agli stessi mesi dell\u2019anno precedente. Nel 40% dei casi il calo \u00e8 previsto tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%.<br \/>\nIn termini prospettivi la maggior parte delle imprese (52,5%) conferma l\u2019andamento sperimentato nel periodo giugno-ottobre 2020. Nei rimanenti casi invece, prevale un giudizio pi\u00f9 negativo. Quasi una impresa su quattro (226 mila unit\u00e0, pari al 22,6% delle imprese e al 18% dell\u2019occupazione) prevede un peggioramento e il 18,0% (180mila) non \u00e8 in grado di fare previsioni.<\/p>\n<p>Le valutazioni negative sono diffuse nei settori pi\u00f9 colpiti dalla crisi, ossia servizi di alloggio (42,1%), ristorazione (31,9%), agenzie di viaggio e tour operator (35,8%), attivit\u00e0 sportive, di intrattenimento e divertimento (32,2%) e attivit\u00e0 creative e artistiche (31,6%).<br \/>\nA livello territoriale, la quota di imprese che attendono una diminuzione del fatturato \u00e8 lievemente maggiore nelle regioni del Nord (Nord-est 24,6%, Nord-ovest 23,3%, Centro 22,1% e Mezzogiorno 20,4%).<\/p>\n<p>Sul fronte opposto sono circa 69 mila le imprese che prevedono un miglioramento rispetto alla dinamica registrata nel periodo giugno-ottobre (6,9% del totale delle imprese e 8,7% dell\u2019occupazione); l\u2019incidenza \u00e8 maggiore tra le aziende pi\u00f9 grandi (l\u201911,8% rispetto al 9,6% delle medie imprese e al 6,7% di piccole e microimprese) e nel Mezzogiorno (8,6% rispetto al 6,8% del Centro e al 6% del Nord).<\/p>\n<p>Considerando le imprese che hanno dichiarato un incremento del fatturato nel periodo giugno-ottobre (circa 100 mila), solo il 17,5% conferma una dinamica positiva per dicembre 2020-febbraio 2021, segnalando un andamento meno positivo nel 52,7% dei casi e una maggior incertezza, rappresentata dalla difficolt\u00e0 di fare una previsione, nel 29,9% dei casi. Anche tra queste imprese, nel Mezzogiorno le previsioni sono migliori: il 22,3% conferma un incremento delle vendite rispetto al 17,6% del Centro e al 15,5% del Nord.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.34.09.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40112\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.34.09.png\" alt=\"\" width=\"657\" height=\"284\" \/><\/a><\/p>\n<p>Misure di prevenzione applicate ma costi rilevanti per un quarto delle imprese<br \/>\nLa necessit\u00e0 di adottare misure sanitarie e adeguare i processi produttivi al fine di ridurre il rischio di contagio ha riguardato la quasi totalit\u00e0 delle imprese Italiane con almeno 3 addetti. Solo l\u20191,4% (che rappresenta una quota inferiore al punto percentuale in termini di addetti) ha dichiarato di non averne presa alcuna.<\/p>\n<p>Tali misure, che possono essere raggruppate in sanitarie (sanificazione e DPI), organizzative (rotazione del personale e modifica delle procedure per clienti e fornitori), di informazione e triage (inclusi tamponi ed esami sierologici) e di politiche del personale (formazione ed esenzione delle categorie protette), hanno rappresentato un costo talvolta rilevante per le imprese.<\/p>\n<p>L\u201983,7% delle unit\u00e0 produttive, che occupa il 92,0% degli addetti, ha applicato almeno una delle misure di prevenzione per ognuna delle categorie. Nel 17,5% dei casi (il 12,0% dell\u2019occupazione) il costo complessivo di tutte le misure \u00e8 stato considerato poco o per nulla rilevante, mentre per il 23,6% (32,9% dell\u2019occupazione) il costo connesso \u00e8 stato percepito come rilevante o molto rilevante. Per tutte le categorie di intervento non si osserva una significativa specificit\u00e0 settoriale, mentre la percezione di alti costi risulta relativamente pi\u00f9 diffusa nelle medie e grandi dimensioni aziendali rispetto alle micro e piccole imprese.<\/p>\n<p>Nel complesso, la sanificazione e la fornitura di DPI \u00e8 stato considerato un costo rilevante dal 64,8% delle imprese (76,2% degli addetti), mentre nel 33,2% dei casi (pari al 22,4% degli occupati) i costi sono stati considerati poco rilevanti. Solo una quota residuale (2,1%) delle unit\u00e0 produttive non ha approntato misure di sanificazione e fornitura di DPI.<\/p>\n<p>L\u201911,7% delle imprese (5,6% in termini di occupazione) dichiara di non aver adattato l\u2019organizzazione dei processi produttivi; per il 49,9% (44,3% degli addetti) i relativi costi sono stati poco rilevanti, per il 38,5% (50,2% dell\u2019occupazione) rilevanti o molto rilevanti.<br \/>\nL\u2019informazione e triage non sono stati introdotti dal 3,4% delle unit\u00e0 produttive (1,6% degli addetti). Nel 47,0% dei casi (37,3% in termini occupazionali) tali misure sono state applicate con un costo contenuto o trascurabile che invece \u00e8 risultato rilevante per il 49,6% (61,1% degli occupati).<\/p>\n<p>L\u20198,8% delle unit\u00e0 produttive (4,2% dell\u2019occupazione), infine, non ha previsto alcuna delle misure riferibili alla gestione del personale; il 52,0% (47,0% degli addetti) ha considerato i costi di tali misure poco o per nulla rilevanti, il 39,2% li ha giudicati importanti (48,8% dell\u2019occupazione).<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.35.39.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40113\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.35.39.png\" alt=\"\" width=\"699\" height=\"350\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il 41,3% delle imprese, rappresentative del 28,3% dell\u2019occupazione, non ha modificato gli ambienti di lavoro: il 6,5% perch\u00e9 tecnicamente impossibile o troppo costoso; il 34,8% per altre motivazioni.<\/p>\n<p>Il mancato adeguamento degli spazi riguarda in particolare il settore delle costruzioni, dove il 54,6% delle imprese non ha ritenuto di dover intervenire e il 7,6% non \u00e8 stato in grado di farlo a causa dei costi elevati o dell\u2019impossibilit\u00e0 tecnica; nel commercio e negli altri servizi l\u2019adeguamento \u00e8 stato ultimato a cavallo del lockdown in pi\u00f9 del 60% dei casi.<\/p>\n<p>In termini dimensionali, l\u2019adeguamento degli spazi di lavoro \u00e8 stato previsto da una larga parte delle medie (75,2%) e grandi (85,9%) imprese, mentre nel caso delle micro e piccole dimensioni aziendali si osserva una quota rilevante di unit\u00e0 produttive (rispettivamente 42,9 e 37,0%) che non ha effettuato adeguamenti.<\/p>\n<p>L\u2019adattamento degli spazi lavorativi non mostra una componente territoriale significativa, anche se si osserva una maggiore incidenza del mancato adeguamento nell\u2019Italia settentrionale rispetto a quella centrale e al Mezzogiorno. D\u2019altra parte, nel Nord-ovest si riscontra la maggiore quota di imprese (il 41,8%) che ha completato l\u2019adeguamento durante la prima fase di lockdown amministrativo.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.36.25.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40114\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.36.25.png\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"323\" \/><\/a><strong>Cig ancora la misura pi\u00f9 utilizzata dalle imprese<\/strong><br \/>\nA fine novembre 2020, l\u2019adozione di specifiche misure di gestione del personale a seguito dell\u2019emergenza sanitaria riguarda oltre tre quarti delle imprese italiane con almeno 3 addetti (circa 754mila unit\u00e0, che impiegano 11,1 dei 12,8 milioni di addetti complessivi dell\u2019universo di riferimento); \u00e8 una quota significativa ma inferiore a quella rilevata a maggio (che sfiorava il 90%).<\/p>\n<p>Il restante 25% (248mila imprese, con 1,7 milioni di addetti) non ha alterato le strategie di impiego dei lavoratori o ha trovato un nuovo assetto immediatamente dopo la fine del lockdown. Questo insieme \u00e8 composto prevalentemente da unit\u00e0 di piccola o piccolissima dimensione (meno di 50 addetti) che operano soprattutto nei comparti delle costruzioni e del commercio, e in alcuni settori industriali, quali prodotti petroliferi, altri mezzi di trasporto e filiera del legno-mobili.<\/p>\n<p>Il ricorso alla Cassa integrazione guadagni (Cig) o ad analoghi strumenti di sostegno dal lato del costo del lavoro, quali il Fondo integrazione salariale (Fis), rappresenta ancora la misura pi\u00f9 utilizzata dalle imprese per fronteggiare gli effetti dell\u2019epidemia Covid-19 (41,8% delle unit\u00e0).<\/p>\n<p>Il fatto che tale strumento risulti oggi utilizzato in misura meno massiccia rispetto allo scorso maggio, quando riguardava il 70% delle imprese, \u00e8 anche il riflesso del recupero dell\u2019attivit\u00e0 economica registrato nei mesi successivi al lockdown.<br \/>\nLe altre misure di gestione del personale sono molto meno diffuse: la riduzione delle ore o dei turni di lavoro (o iniziative temporanee per ridurre il costo del lavoro) e l\u2019obbligo delle ferie per i dipendenti sono state indicate rispettivamente dal 22,6 e dal 21,3% delle imprese.<\/p>\n<p>La rimodulazione dei giorni di lavoro, la formazione aggiuntiva dei lavoratori e il rinvio delle assunzioni riguardano una quota di imprese compresa tra circa il 13 e il 15%. Infine, alle modalit\u00e0 di lavoro a distanza (smart working e telelavoro) ha fatto ricorso l\u201911,3% delle imprese, una quota inferiore rispetto ai primi mesi della crisi sanitaria.<br \/>\nIn termini di dimensione aziendale non vi sono differenze di rilievo.<\/p>\n<p>Altre strategie assumono, invece, una marcata connotazione dimensionale: ad esempio il ricorso all\u2019obbligo di fruizione delle ferie e alla formazione del personale aumenta al crescere della dimensione aziendale. Ci\u00f2 caratterizza in particolare lo smart working\/telelavoro, adottato dall\u20198,0% delle microimprese (3-9 addetti), dal 19,1% delle piccole (10-49 addetti) e da oltre la met\u00e0 delle medie (50-249 addetti) fino al 77,4% delle grandi i (250 addetti e oltre).<\/p>\n<p>Sul piano settoriale, la Cig\/Fis \u00e8 generalmente pi\u00f9 diffusa nell\u2019industria in senso stretto (dove riguarda ancora il 47,8% delle imprese, in calo rispetto al 76% di maggio scorso), con picchi prossimi o superiori a due terzi nella stampa e nel tessile, abbigliamento e pelli. Nel terziario la riduzione del ricorso a questo strumento, che riguarda comunque il 41,1% delle unit\u00e0, non ha invece coinvolto le attivit\u00e0 pi\u00f9 colpite dalle conseguenze dell\u2019epidemia: nei settori di trasporto aereo, agenzie di viaggio, assistenza sociale non residenziale il 70% o pi\u00f9 delle imprese ha fatto ricorso a misure di integrazione delle retribuzioni.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.37.33.png\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter size-full wp-image-40115\" src=\"http:\/\/www.calabriaeconomia.it\/neweco\/wp-content\/uploads\/2020\/12\/Schermata-2020-12-14-alle-11.37.33.png\" alt=\"\" width=\"696\" height=\"279\" \/><\/a><\/p>\n<p>Le attivit\u00e0 di servizi si segnalano invece, rispetto a quelle industriali, per un maggiore utilizzo di misure di contenimento dell\u2019orario e dei turni del personale (22,6% delle imprese, con percentuali mediamente pi\u00f9 elevate nei servizi alla persona) e, soprattutto, per una maggiore diffusione dello smart working che coinvolge l\u201911,8% delle imprese. In particolare, tra i primi dieci settori nei quali \u00e8 pi\u00f9 diffuso l\u2019utilizzo del lavoro a distanza (in misura pari ad almeno il 55% delle unit\u00e0 produttive), nove appartengono al terziario (con quote non inferiori al 75% nel caso di trasporto aereo, consulenza informatica, servizi assicurativi e pensionistici, servizi di fornitura di personale) e uno \u2013 la farmaceutica (66,3% di imprese) \u2012 all\u2019industria.<\/p>\n<p><strong>Entro fine anno smart work in molti settori per oltre 6 occupati su 10<\/strong><br \/>\nL\u2019intensit\u00e0 dell\u2019utilizzo del lavoro a distanza, al pari della sua diffusione, differisce tra i vari comparti, sebbene nell\u2019ambito di una tendenza comune tra le diverse attivit\u00e0 (Figura 6). In generale, l\u2019utilizzo dello smart working\/telelavoro sembra legato agli sviluppi attesi della crisi sanitaria: le imprese di tutti i macrosettori prevedono di incrementare progressivamente la quota di personale coinvolto nell\u2019ultima parte del 2020, per poi ridurla \u2012 senza tuttavia tornare ai livelli iniziali \u2012 nel corso dei primi tre mesi del 2021.<\/p>\n<p>L\u2019incidenza degli occupati a distanza appare inoltre influenzata dalle specifiche caratteristiche dei processi produttivi: in corrispondenza dei picchi previsti a novembre-dicembre 2020, raggiunge il 20,1% nelle attivit\u00e0 industriali, il 25,0% nelle costruzioni, il 30,8% nel commercio, il 45,5% nei servizi di mercato, il 41,2% negli altri servizi.<br \/>\nPi\u00f9 in dettaglio, nei mesi finali del 2020 questa modalit\u00e0 di impiego potrebbe coinvolgere oltre la met\u00e0 del personale dei settori di consulenza e direzione aziendale, editoria e trasmissione, pubblicit\u00e0\/marketing, telecomunicazioni, trasporto aereo e marittimo, e oltre il 60% di quello delle agenzie di viaggio, consulenza informatica, R&amp;S, fornitura di personale.<\/p>\n<p>All\u2019opposto, nei settori industriali tradizionali o di scala, quali pelli, carta, prodotti in metallo (ma anche gomma e plastica), e in servizi alla persona come l\u2019assistenza sociale residenziale le imprese prevedono di non andare oltre il 15% di lavoratori a distanza.<br \/>\nSul piano dimensionale, tale quota \u00e8 prevista salire al 30,6% nelle piccole e medie imprese (10-249 addetti) e al 36,7% nelle grandi (250 addetti e oltre), per poi ridursi in entrambi i casi di tre punti percentuali nel primo trimestre 2021. Evidentemente il ricorso al lavoro agile \u00e8 stata pi\u00f9 una reazione a una crisi improvvisa piuttosto che derivare da una strategia pianificata, e ci\u00f2 si riflette sui giudizi delle imprese circa gli effetti di tale scelta sulla performance aziendale.<\/p>\n<p>imprese segnala assenza di effetti su produttivit\u00e0, costi operativi, efficienza, investimenti in formazione del personale, adozione di nuove tecnologie (Figura 7).<br \/>\nNei casi in cui il lavoro a distanza ha prodotto risultati, questi si differenziano a seconda dell\u2019aspetto dell\u2019attivit\u00e0 d\u2019impresa considerato, e sembrano presentare i tratti di effetti di breve periodo connessi a importanti mutamenti organizzativi e tecnologici. Si registrano con maggiore frequenza conseguenze tendenzialmente negative sulla produttivit\u00e0 e l\u2019efficienza aziendale (oltre che, come atteso, sulle relazioni interpersonali dei lavoratori).<br \/>\nEffetti prevalentemente positivi vengono osservati sul benessere del personale e su aspetti legati agli investimenti in capitale immateriale, ovvero l\u2019adozione di nuove tecnologie e, in misura minore, quelli in formazione del personale. Le risposte delle imprese non fanno emergere un giudizio chiaro circa l\u2019impatto del lavoro a distanza sui costi operativi, poich\u00e9 le percentuali di risposte positive e negative si equivalgono. Tuttavia le unit\u00e0 di piccole dimensioni segnalano in prevalenza situazioni di aumento, mentre per medie e grandi imprese sono pi\u00f9 frequenti le indicazioni di riduzione dei costi.<\/p>\n<p>Questi risultati potrebbero segnalare tendenze specifiche di diversi segmenti del sistema produttivo, a seconda che la diffusione del lavoro a distanza tenda a colmare o ad accentuare divari di efficienza gi\u00e0 esistenti. Le prime indicazioni sono a favore di performance divergenti: le imprese che segnalano effetti positivi dello smart working\/telelavoro su produttivit\u00e0, efficienza, adozione di nuove tecnologie e costi operativi sono decisamente pi\u00f9 grandi e pi\u00f9 produttive di quelle che riscontrano conseguenze negative.<\/p>\n<p>La ragione \u00e8 in parte legata al settore di attivit\u00e0 economica: anche se i segni delle percentuali nette di risposte non differiscono in misura significativa tra industria e servizi, i vantaggi del lavoro a distanza tendono a osservarsi con maggiore frequenza nel terziario: dei dodici comparti (su settantotto) nei quali prevalgono le indicazioni di benefici in termini di produttivit\u00e0, otto riguardano attivit\u00e0 dei servizi, in maggioranza servizi di mercato (attivit\u00e0 postali, trasporto aereo e marittimo, editoria, servizi assicurativi e pensionistici, R&amp;S). Benefici relativamente diffusi dal lato dei costi operativi vengono segnalati in prevalenza dalle imprese di trasporto marittimo e aereo, lotterie e case da gioco.<\/p>\n<p><strong>Debito bancario strumento pi\u00f9 diffuso per fronteggiare il fabbisogno di liquidit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Lo shock sul fabbisogno di liquidit\u00e0 generato dalla crisi continua a trovare nel credito bancario lo strumento di risposta principale: tra giugno 2020 e il momento della rilevazione il 35,4% delle imprese (30,1% in termini di occupati) ha scelto l\u2019accensione di nuovo debito bancario, anche tramite le misure di sostegno introdotte dai decreti in materia. Sebbene tale strumento resti quello principale, l\u2019incidenza risulta in calo rispetto alla prima fase dell\u2019emergenza quando era segnalato dal 42,6% delle imprese.<\/p>\n<p>A orientarsi verso un nuovo debito continuano a essere soprattutto le micro e piccole imprese (rispettivamente 35,1% e 37,0%). In termini settoriali, vi ricorrono con relativa maggior frequenza le imprese pi\u00f9 coinvolte nelle chiusure da decreto, attive nei servizi e specialmente le agenzie di viaggio e i tour operator (52,8%) e i servizi di alloggio e di ristorazione (46,1%); la manifattura presenta un\u2019incidenza del 37,4%, ma nella fabbricazione di articoli in pelle si raggiunge il 49,8%.<\/p>\n<p>Tra le altre forme di credito bancario, ricorre all\u2019utilizzo dei margini disponibili sulle linee di credito il 18,0% delle imprese (21,0% in termini occupazionali), quota in discesa rispetto all\u2019indagine svolta a maggio 2020 (24,1%), soprattutto quelle di media (22,8%) e grande dimensione (24,1%). Tra le medie imprese il ricorso a questa forma di credito bancario si concentra nelle costruzioni (31,5%), tra le grandi nella manifattura (28,1%).<\/p>\n<p>Il differimento nei rimborsi dei debiti \u00e8 la scelta compiuta dal 13,4% delle imprese (era il 15,5%), anche mediante la moratoria per le PMI prevista dal DL 18\/2020. E\u2019 una scelta pi\u00f9 frequente per le medie (24,5%) e piccole imprese (20,6%); queste ultime arrivano al 43,0% nei servizi di alloggio e ristorazione.<\/p>\n<p>Gli strumenti utilizzati per far fronte alla crisi di liquidit\u00e0, collegati anche alla riduzione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva e al conseguente andamento del fatturato, mostrano che la scelta dell\u2019indebitamento bancario \u00e8 pi\u00f9 frequente tra le imprese che hanno registrato una riduzione drastica del fatturato nel bimestre giugno-ottobre 2020 rispetto all&#8217;anno precedente. Tuttavia il ricorso a questo canale risulta complessivamente attenuato rispetto alla fase precedente.<\/p>\n<p>Aumenta la platea di imprese in grado di far fronte all\u2019emergenza con le proprie risorse: il 28,9% (era il 23,2% a maggio 2020) dichiara di non aver fatto ricorso ad alcuno strumento per fronteggiare la mancanza di liquidit\u00e0 a partire da giugno 2020; l\u2019incidenza \u00e8 pi\u00f9 alta tra quelle non toccate da una riduzione di fatturato. Tali imprese corrispondono al 30,5% degli occupati e in media registrano una produttivit\u00e0 nominale del lavoro (circa 69mila euro) maggiore di quella media.<\/p>\n<p>Inoltre, una impresa su quattro (24,8%) \u00e8 in grado di gestire il fabbisogno di liquidit\u00e0 ricorrendo all\u2019utilizzo di attivit\u00e0 liquide gi\u00e0 presenti nel proprio bilancio a partire dal mese di giugno 2020, anche in presenza di una significativa riduzione di fatturato. Tale capacit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 diffusa nelle imprese di media e grande dimensione (34,7% e 37,4%). Dal punto di vista settoriale a scegliere questa misura sono le imprese dei servizi, in primis i trasporti marittimi (50,1%) e le agenzie di viaggio (48,7%).<\/p>\n<p>Nell\u2019ambito degli strumenti non bancari, si riduce il ricorso alla modifica delle condizioni e al differimento dei termini di pagamento con i fornitori, adottati da circa un quinto delle imprese (19,2% da 25,3% prima di giugno 2020). I settori maggiormente coinvolti sono il commercio (21,6%) e le costruzioni (20,1%).<\/p>\n<p>Si riduce anche la modifica delle condizioni e dei termini di pagamento con i clienti, che interessa l\u20198,3% delle imprese, specie nelle costruzioni e nella manifattura (rispettivamente 11,6% e 11,1%).<\/p>\n<p>La rinegoziazione dei contratti di locazione, cui ha fatto ricorso il 6,8% delle imprese (era il 9,0%), \u00e8 particolarmente frequente (12,4%) nelle imprese con grave riduzione del fatturato; fanno pi\u00f9 ricorso a questo strumento le imprese medie e grandi (10,3% e 14,4%), attive nel commercio (19,2% e 36,4%).<\/p>\n<p>Tra gli strumenti pi\u00f9 evoluti per fronteggiare il fabbisogno di liquidit\u00e0, una minoranza di imprese ha utilizzato una modifica delle passivit\u00e0 in termini di equity: in particolare, il 2,9% si \u00e8 dichiarata disposta ad alterare la compagine sociale attraverso aumenti di capitale da parte della propriet\u00e0; tale quota \u00e8 in aumento rispetto all\u2019indagine precedente quando era pari al 2,5%. L\u20191,4% indica strumenti di finanziamento pi\u00f9 evoluti e alternativi al debito bancario come obbligazioni, crowdfunding, piattaforme di prestito peer to peer (P2P) ma l\u2018incidenza crolla rispetto al primo periodo in cui era una scelta del 5,4% delle imprese.<\/p>\n<p>Prestito con garanzia pubblica chiesto da 3 imprese su 10, ottenuto da 8 su 10<br \/>\nA partire dal giugno 2020, il 37,7% delle imprese con 3 addetti e oltre ha fatto richiesta di prestiti assistiti da garanzia pubblica quali il Fondo centrale di garanzia per le PMI o le garanzie SACE per le grandi imprese (42,8% a maggio 2020, cfr. Report \u2018Situazione e prospettive delle imprese nell\u2019emergenza sanitaria Covid-19\u2019).<\/p>\n<p>La frequenza \u00e8 pi\u00f9 elevata per le imprese pi\u00f9 piccole (39,2%) rispetto alle grandi (21,9%), le quali hanno utilizzato meno il canale bancario per fronteggiare la mancanza di liquidit\u00e0. Una maggiore incidenza di richieste si registra nel settori pi\u00f9 propensi ad accendere nuovo debito bancario. Si tratta dei settori del commercio, trasporti e magazzinaggio, attivit\u00e0 di alloggio e ristorazione, produzione di beni alimentari e di consumo, nei quali rispettivamente il 42,3% e 42,0% delle imprese ha inoltrato domanda di prestito assistito da garanzie. All\u2019interno del comparto dei beni di consumo spicca la fabbricazione di articoli in pelle (53,4%) e la confezione di articoli di abbigliamento (49,9%).<\/p>\n<p><strong>Tra i servizi, il ricorso al prestito assistito da garanzia pubblica \u00e8 pi\u00f9 frequente<\/strong><\/p>\n<p>nelle attivit\u00e0 dei servizi di ristorazione (52,0%), trasporto marittimo (49,3%), alloggio (46,1%) e agenzie di viaggio (55,7%). Dal punto di vista geografico, Centro (42,7%) e Mezzogiorno (41,2%) sono le aree pi\u00f9 coinvolte, con quote particolarmente alte in Toscana (44,2%) e Molise (47,1%). Tra le imprese che hanno presentato domanda, oltre quattro su cinque (82,0%) hanno ricevuto una risposta positiva per l\u2019intero ammontare richiesto, l\u20198,0% l\u2019ha vista accogliere per un ammontare inferiore a quello richiesto mentre l\u20191,6% ha avuto esito negativo.<\/p>\n<p>Al momento della rilevazione (tra il 23 ottobre e il 16 novembre 2020), l\u20198,4% dei richiedenti era invece in attesa di conoscere l\u2019esito della domanda. A ricevere una risposta positiva (e completa) alla richiesta di prestito assistito da garanzia pubblica \u00e8 stato l\u201984,2% delle micro imprese e il 63,8% delle grandi, con il 19,2% di queste ultime in attesa dell\u2019esito a causa del diverso iter per l\u2019accesso alle misure previste.<\/p>\n<p>La partecipazione alle misure disposte per la garanzia pubblica dei prestiti si attesta intorno ai livelli pre-giugno 2020 se il canale bancario costituisce l\u2019unico strumento di sostegno alla mancanza di liquidit\u00e0: il 74,2% delle imprese che hanno dichiarato di utilizzare questo canale (mediante accensione di nuovo debito bancario, differimento nei rimborsi dei debiti o utilizzo dei margini disponibili su linee di credito) ha fatto richiesta di accesso; le micro e piccole imprese costituiscono il 98,4% di tale insieme. A differenza della prima fase, in cui le richieste relative agli strumenti allora disposti erano state accolte nel 38,4% dei casi, alla data della rilevazione il 64,7% ha ricevuto risposta positiva per l\u2019intero importo.<\/p>\n<p><strong>Il finanziamento dell\u2019attivit\u00e0 corrente la motivazione pi\u00f9 frequente delle richieste<\/strong><br \/>\nAlla base della richiesta di sussidio vi \u00e8 quasi sempre il finanziamento dell\u2019attivit\u00e0 corrente dell\u2019impresa, al quale \u00e8 assegnata importanza elevata dall\u201986,7% dei rispondenti, senza distinzioni settoriali. Dal punto di vista dimensionale, invece, mentre le micro e le piccole imprese sono in linea con la media (86,8% delle micro e delle piccole), le medie e le grandi indicano meno frequentemente questa motivazione (81,8% e 81,5%) avendo maggiori canali per fronteggiare le necessit\u00e0 finanziarie correnti.<\/p>\n<p>Tra le motivazioni indicate segue, per rilevanza, la copertura dei costi fissi non comprimibili, come i canoni di locazione, indicata dal 58,7% delle imprese, con frequenza maggiore nei servizi. Hanno rilievo anche gli obiettivi di ripagare i debiti in essere o la componente di servizio del debito (espressa dal 49,7%) e di aumentare le scorte di liquidit\u00e0 a scopo precauzionale (49,1%).<\/p>\n<p>Viceversa, alla base della decisione di non effettuare la richiesta di accesso alle misure di sostegno introdotte dal Governo vi \u00e8 innanzitutto una disponibilit\u00e0 di liquidit\u00e0, nonostante la riduzione di fatturato, espressa dal 24,8% delle imprese ma con minor frequenza tra le micro, seguita dalla non riduzione del fatturato (22,5%). La difficolt\u00e0 burocratica invece \u00e8 dichiarata da circa una impresa su dieci (11,3%), con particolare frequenza tra le imprese di dimensione minore.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 della met\u00e0 delle imprese (55,3%) prevede che il proprio livello di indebitamento rimarr\u00e0 stabile al 31 dicembre 2020 rispetto alla stessa data dell\u2019anno precedente.<\/p>\n<p>La differenza tra classi dimensionali \u00e8 molto contenuta, con incidenze pi\u00f9 elevate tra le grandi (59%) e micro imprese (56%). Il 42% delle imprese dichiara invece un aumento del livello di indebitamento e, tra queste, il 12,5% lo definisce di misura consistente. L\u2019aumento del livello di indebitamento registra frequenza maggiore tra le unit\u00e0 produttive pi\u00f9 piccole (45,1%). Il restante 2,7% delle imprese, contraddistinte da un livello medio di produttivit\u00e0 molto elevato (103mila euro per addetto), dichiara invece che l\u2019indebitamento diminuir\u00e0.<\/p>\n<p>La dinamica del fatturato spiega solo in parte la variazione del livello di indebitamento. Circa tre quarti delle imprese con fatturato in aumento non registrano variazione di indebitamento (72,7%) mentre un altro quarto (23,2%) dichiara che aumenter\u00e0 l\u2019incidenza dei propri debiti finanziari sul patrimonio netto; tra queste imprese, circa un terzo utilizza il credito bancario come strumento esclusivo per fronteggiare la mancanza di liquidit\u00e0.<br \/>\nViceversa, un ampio insieme di imprese prevede un livello di indebitamento stabile pur in presenza di fatturato in (drastico) calo: si tratta del 30,5% delle imprese con fatturato nullo o ridotto oltre il 50% e del 49,5% di quelle con fatturato ridotto entro il 50%, pari complessivamente a oltre 300mila unit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Prospettive di breve periodo per le fonti di finanziamento<\/strong><br \/>\nLa principale fonte di finanziamento prevista dalle imprese nel primo semestre 2021 \u00e8 l\u2019autofinanziamento, in linea con la composizione strutturale delle fonti di finanziamento rilevata prima della crisi da Covid-19 (v. Report Censimento permanente delle imprese 2019).<\/p>\n<p>Vi fa ricorso il 60,5% delle imprese con almeno 3 addetti, in particolare quelle attive nel settore dei servizi (nella sanit\u00e0 e assistenza sociale si arriva al 70,5%). Il ricorso all\u2019autofinanziamento previsto per il 2021 \u00e8 tuttavia inferiore a quanto dichiarato prima della crisi (73,4%) e ritorna ai livelli della fase di recessione rilevati nel 2011 (v. Report Censimento delle imprese 2011).<\/p>\n<p>Per il 2021 la seconda fonte indicata \u00e8 il finanziamento bancario, distinto in credito bancario a medio-lungo termine (21,3%) e a breve termine (16,7%), con particolare incidenza tra le medie imprese. Dal punto di vista settoriale la maggiore esposizione \u00e8 nel settore manifatturiero, in particolare nella metallurgia per il credito a breve termine (29,1%) e nella fabbricazione di prodotti farmaceutici di base per il credito a medio-lungo temine (36,7%).<\/p>\n<p>Per oltre una impresa su dieci (11,1%) il finanziamento pubblico (che include le forme di sostegno messe in campo dal Governo per la crisi pandemica ma anche contributi e\/o fondi Ue, finanziamenti pubblici, incentivi e\/o agevolazioni pubbliche) entra nelle strategie per il 2021. \u00c8 relativamente pi\u00f9 presente tra le imprese di dimensioni minori, si attesta il 21,2% tra quelle attive nei servizi di alloggio e ristorazione, pi\u00f9 colpiti dalle chiusure, per salire al 23,6% tra le piccole imprese di questo settore.<\/p>\n<p>Seguono, in misura minore, altre forme di finanziamento esterno e interno. Tra le forme di finanziamento esterno complementari al credito bancario i pi\u00f9 utilizzati sono i crediti commerciali (6,8%) e il leasing e factoring (3,1%), prerogativa delle classi dimensionali pi\u00f9 grandi.<\/p>\n<p>Nell\u2019ambito delle fonti di finanziamento interne emerge il ricorso all\u2019equity mediante aumento di capitale netto (9,9%). Questa evidenza \u00e8 di particolare rilievo se confrontata con il periodo pre-Covid, in cui rappresentava soltanto il 3,7%. Lo shock generato dall\u2019epidemia ha infatti compromesso la produzione di reddito aziendale, cosicch\u00e9 le imprese attivano nuovi canali per reperire le fonti di finanziamento.<br \/>\nInfine, le forme di finanziamento pi\u00f9 evolute, sia interne (quali Equity derivante da aumento di capitale in IPO, Venture capital altre forme di Private Equity), sia esterne (Crowdfunding, o piattaforme di prestito P2P ma anche project finance o minibond), sono selezionate da una quota minima di imprese (0,1%), specialmente di dimensione media e grande.<\/p>\n<p><strong>Ricapitalizzazione con sostegno pubblico la strategia pi\u00f9 diffusa<\/strong><br \/>\nNei prossimi sei mesi, quasi una impresa su dieci attuer\u00e0 una strategia di ricapitalizzazione (9,4%). Tra queste, la met\u00e0 (51%) intende farlo tramite il sostegno pubblico, anche avvalendosi delle misure previste dal Decreto Rilancio. Si tratta quasi esclusivamente di micro e piccole imprese (98,7%) e pi\u00f9 in generale, di unit\u00e0 produttive che hanno registrato una riduzione di fatturato; tale riduzione \u00e8 stata contenuta nel 54% dei casi mentre nel 30,6% \u00e8 stata di oltre il 50%. Il rimanente 49% di imprese che attueranno una ricapitalizzazione utilizzer\u00e0 invece l\u2019apporto di capitale privato.<\/p>\n<p>Nell\u2019ambito dell\u2019utilizzo di capitale privato, il grado di coinvolgimento di finanziatori esterni all\u2019impresa cresce all\u2019aumentare della dimensione di impresa. Il 40,7% delle imprese, soprattutto medie e grandi, sosterr\u00e0 la ricapitalizzazione con l\u2019apporto di capitale dei soci, nonostante la riduzione di fatturato coinvolga oltre quattro quinti di questo gruppo di imprese (86%). Il 3,8% delle imprese ricorrer\u00e0 all\u2019apporto di capitale privato di nuovi soci; qui l\u2019incidenza di imprese con fatturato in aumento \u00e8 la maggiore tra le diverse strategie di ricapitalizzazione.<\/p>\n<p>Infine, il 4,5% delle imprese, a produttivit\u00e0 media molto elevata, ricorrer\u00e0 al capitale privato di fondi di private equity. In questo caso la maggiore incidenza si registra nelle classi medio-grandi, ma \u00e8 rilevante anche la partecipazione di micro imprese (pesano il 3,6% tra le imprese che attuano strategie di ricapitalizzazione).<\/p>\n<p><strong>Forte espansione della connettivit\u00e0 a banda ultra-larga<\/strong><br \/>\nL\u2019utilizzo della tecnologia ha avuto un forte impulso dalla crisi Covid. Gli effetti pi\u00f9 immediati hanno riguardato un\u2019accelerazione nella trasformazione digitale delle imprese e una modifica di processi aziendali chiave come la comunicazione interna all\u2019impresa (anche in un contesto di diffuso smart working), la comunicazione all\u2019esterno e i canali di commercializzazione di prodotti e servizi.<\/p>\n<p>L\u2019impatto \u00e8 risultato ovviamente molto diversificato tra settori economici e per dimensione d\u2019impresa ma ad influenzarne l\u2019adozione hanno contribuito anche le caratteristiche delle diverse tecnologie o pratiche indotte dalla crisi sanitaria, e il loro grado di diffusione precedente.<\/p>\n<p>L\u2019indagine si \u00e8 focalizzata sull\u2019impatto della crisi per quattro categorie di pratiche aziendali connesse all\u2019adozione di tecnologie digitali. Quella pi\u00f9 importante \u00e8 l\u2019espansione della connettivit\u00e0 a banda ultra-larga; gi\u00e0 ampiamente diffusa in periodo pre-Covid (il 46,2% delle imprese utilizzava connessioni via fibra, il 41,7% via rete mobile) ha visto un incremento combinato di qualit\u00e0 e disponibilit\u00e0 di 12 punti percentuali per entrambe le modalit\u00e0 di connessione.<\/p>\n<p>La disponibilit\u00e0 di connessione \u00e8 stata la condizione per una vera esplosione dei servizi di comunicazione digitale con il pubblico, in primo luogo la potenziale clientela. I siti web aziendali, considerati gi\u00e0 adeguati prima dell\u2019emergenza dal 40,7% delle imprese, sono stati introdotti o migliorati da un ulteriore 12,4%, raggiungendo una copertura pari al 53%. L\u2019incremento \u00e8 simile in tutte le classi dimensionali, anche tra le imprese con 3-9 addetti che partivano da una diffusione del 35% e hanno raggiunto il 47%.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Triplicato l\u2019utilizzo di applicazioni tecnologiche di comunicazione digitale<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019offerta al pubblico di servizi digitali complementari all\u2019attivit\u00e0 caratteristica delle imprese risulta in crescita. Innanzitutto, l\u2019interazione con la clientela attraverso i social media, gi\u00e0 presente nel 22,2% delle imprese, \u00e8 stata introdotta o migliorata durante la crisi Covid da un ulteriore 17,0%.<\/p>\n<p>I servizi digitali (newsletter, tutorial, webinar, corsi, ecc.), che erano forniti dall\u20198,1% delle imprese, sono stati molto rafforzati o introdotti da una quota rilevante di imprese e sono ora resi disponibili dal 21,6% delle imprese.<\/p>\n<p>Hanno avuto una diffusione non irrilevante anche gli investimenti tecnologici per migliorare la qualit\u00e0 e l\u2019efficacia del sito web, con l\u2019effetto secondario di generare dati sull\u2019utilizzo del web da parte della clientela, essenziali per un\u2019ottimizzazione della gestione. Tali investimenti, che in precedenza riguardavano l\u201911,2% delle imprese, sono divenuti pratica comune per un altro 12,6%.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la comunicazione interna all\u2019impresa, l\u2019utilizzo di applicazioni di messaggistica e di video-conferenza \u00e8 addirittura triplicato: dal 10,9% di imprese nella fase pre-Covid all\u2019attuale 32%.. Facilit\u00e0 d\u2019uso e costi contenuti hanno sicuramento reso questi strumenti la base per lo sviluppo dello smart working.<\/p>\n<p>Lo smart working ha per\u00f2 anche necessit\u00e0 di infrastrutture. I server cloud e le postazioni di lavoro virtuali a livello centrale, gi\u00e0 disponibili nel 9,8% delle imprese, ora riguardano il 27,1% del totale delle imprese, mentre le apparecchiature informatiche fornite ai dipendenti, considerate gi\u00e0 adeguate dal 10,2% delle imprese, sono state oggetto di investimento per un ulteriore 18,2%. Persino le applicazioni software pi\u00f9 specialistiche per la gestione condivisa di progetti, utilizzate in precedenza dal 6,0% delle imprese, hanno triplicato la loro diffusione (+13,2 punti percentuali).<\/p>\n<p>L\u2019utilizzo di tali strumenti \u00e8 strettamente legato all\u2019adozione di pratiche di lavoro a distanza o smart working. Mettendo a confronto il complesso delle imprese con quelle che hanno adottato pratiche di lavoro a distanza o smart working emerge che, tra quelle con 50 addetti e oltre, non vi sono differenze di rilievo sui tassi di utilizzo di tali tecnologie; al contrario, per le imprese pi\u00f9 piccole l\u2019adozione dello smart working \u00e8 stato un fattore essenziale per incentivare l\u2019acquisizione di tecnologie di comunicazione digitali. Le imprese con 3-9 addetti orientate allo smart working, che prima della crisi avevano adottato tecnologie di comunicazione digitale nel 28,7% dei casi, hanno raggiunto il 76% a seguito degli investimenti indotti dall\u2019emergenza.<\/p>\n<p><strong>Quasi raddoppiate le imprese che vendono beni o servizi sul proprio sito web<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019utilizzo di canali di vendita online da parte delle imprese, sebbene in forte sviluppo, resta piuttosto limitato a causa di alcuni fattori strutturali. In primo luogo, la maggioranza delle imprese non vende i suoi prodotti o servizi ai consumatori finali ma piuttosto ad altre imprese e quindi non trova utile esporre il catalogo prodotti su un sito web, proprio o di intermediari. In secondo luogo, la rete del commercio al dettaglio tradizionale presenta un radicamento nel sistema economico che deriva anche dalla propensione della clientela all\u2019interazione diretta con il venditore.<\/p>\n<p>Nonostante ci\u00f2, la vendita di beni o servizi mediante proprio sito web (e-commerce), adottata prima della crisi Covid dal 9,2% delle imprese italiane con 3 addetti e oltre (circa 90 mila imprese), \u00e8 quasi raddoppiata e riguarda attualmente il 17,4% delle stesse. Si stima quindi che circa 170 mila imprese dispongano attualmente di siti web per l\u2019e-commerce.<\/p>\n<p>Inoltre, una parte dell\u2019offerta online di prodotti e servizi \u00e8 mediata da piattaforme digitali che operano come intermediari commerciali tra una molteplicit\u00e0 di imprese e i consumatori. Queste piattaforme consentono alle imprese di entrare in contatto con un elevato numero di potenziali clienti, sia in Italia sia all\u2019estero, ma sono spesso legate a specifici settori e pi\u00f9 costose della vendita diretta. Prima della crisi le utilizzava il 2,7% delle imprese ma con l\u2019emergenza la quota \u00e8 salita al 6,5% (circa 64 mila imprese).<\/p>\n<p>Se il cliente \u00e8 un\u2019impresa, i canali commerciali sono pi\u00f9 diretti e con un\u2019interazione costante tra fornitore e acquirente che non resta per\u00f2 impermeabile ai processi di digitalizzazione. L\u2019interazione diretta con i clienti, ad esempio via e-mail, \u00e8 addirittura il canale digitale di commercializzazione pi\u00f9 utilizzato dalle imprese (15,7% pre-Covid, ha raggiunto il 27,8% durante la crisi, circa 275mila imprese).<\/p>\n<p>Anche il sistema dei pagamenti \u00e8 influenzato dalla digitalizzazione. Dal 5,3% prima della crisi Covid, la quota di imprese che utilizzano sistemi di pagamento sicuro via Internet \u00e8 passata al 10,5%. Riguardo la diffusione dei pagamenti elettronici (cashless), l\u2019incidenza di imprese che li hanno adottati durante la crisi, essenzialmente nel settore del commercio, ha raggiunto il 15% dal 9,8% del periodo antecedente.<\/p>\n<p><strong>Pi\u00f9 di un terzo del fatturato proviene da canali di vendita digitali<\/strong><br \/>\nL\u2019adozione di canali commerciali digitali resta strettamente legata alle specificit\u00e0 settoriali. Per l\u2019e-commerce, l\u2019utilizzo \u00e8 pi\u00f9 diffuso nei servizi turistici (trasporto e ricettivit\u00e0) e nelle attivit\u00e0 editoriali (che includono anche la vendita di software); seguono altre tipologie di servizi come le telecomunicazioni o le assicurazioni. Gli incrementi emersi durante la crisi sono relativamente limitati ma interessano anche alcuni settori molto colpiti dall\u2019emergenza che, evidentemente, si preparano alla ripartenza.<br \/>\nLe vendite via piattaforma sono utilizzate soprattutto dai servizi editoriali e dall\u2019industria delle bevande (che comprende anche i produttori di bevande alcoliche e, segnatamente, di vino). Seguono diverse attivit\u00e0 dei servizi: servizi postali, attivit\u00e0 ricettive e servizi di trasporto. I maggiori incrementi hanno riguardato la produzione di bevande e i prodotti farmaceutici (che includono, ovviamente, anche prodotti a vendita libera, come gli integratori).<\/p>\n<p>Per la vendita diretta o via e-mail spiccano ancora una volta i servizi turistici (comprese le agenzie di viaggio), insieme all\u2019industria del tabacco e a quella delle bevande che registra, anche in questo caso, il maggiore incremento del periodo Covid.<br \/>\nDal punto di vista quantitativo, i canali di vendita digitali intermediano complessivamente, con riferimento al 2020, il 36,2% del fatturato delle imprese italiane con almeno 3 addetti. La quota pi\u00f9 rilevante riguarda la vendita diretta per via digitale o e-mail, stimabile in circa il 18,2% del fatturato totale; segue l\u2019e-commerce in senso stretto, con il 15,5% del totale, e la vendita via piattaforme pari al 2,6% del totale.<br \/>\nLe imprese \u2013 anche quelle pi\u00f9 piccole \u2013 indicano inoltre una netta riduzione, nel confronto 2019-2020, della percentuale di fatturato realizzato attraverso i canali tradizionali non digitali a fronte di un incremento della quota di fatturato generato dai canali digitali. A livello aggregato, la perdita di quota dei canali non digitali \u00e8 stimata in 2,1 punti percentuali, con cali superiori a 2,3 punti in tutte le classi di addetti esclusa quella delle imprese con 250 addetti e oltre.<br \/>\nLa composizione del fatturato digitale non \u00e8 uniforme tra le diverse classi di addetti, con le imprese di maggiore dimensione che spingono sull\u2019e-commerce e quelle pi\u00f9 piccole che ancora preferiscono modalit\u00e0 di interazione digitale con i clienti meno strutturate (es. e-mail).<\/p>\n<p>Nel confronto tra i dati di preconsuntivo del 2020 e i dati di previsione del 2021, il processo di sostituzione tra canali commerciali non digitali e canali digitali prosegue ma con un rallentamento previsto in tutte le classi dimensionali: una prospettiva che non consente ancora di comprendere se la natura delle trasformazioni in atto \u00e8 solo temporanea oppure strutturale.<\/p>\n<p>Le conseguenze della crisi: un terzo delle imprese con seri problemi operativi<br \/>\nLa fase di prolungata pandemia ha prodotto un ampio insieme di effetti negativi sull\u2019attivit\u00e0 delle imprese italiane. L\u201982,1% delle unit\u00e0 produttive con almeno tre addetti, che generano il 73,7% dell\u2019occupazione e il 77,0% del valore aggiunto complessivi, segnala infatti almeno un elemento che condizioner\u00e0 in maniera negativa la propria attivit\u00e0 nel corso del 2021. Sono poco meno del 18% le imprese che, al contrario, prevedono di non subire alcuna conseguenza sfavorevole o di poter avere effetti positivi.<br \/>\nIn questo contesto, quasi un terzo delle imprese (il 32,4%, rappresentative del 21,1% dell\u2019occupazione) dichiara che dovr\u00e0 far fronte a seri rischi operativi. La quota \u00e8 in riduzione rispetto alla prima indagine, quando era il 38,0% (27,1% in termini di occupazione). In linea con la precedente rilevazione, emergono poi effetti settoriali, con una maggiore incidenza negli altri servizi (37,5% delle imprese, dal 46,0% della prima rilevazione) e dimensionali, con le micro e piccole imprese pi\u00f9 a rischio (rispettivamente 34,3% e 26,9%, contro 40,6% e 33,5% rilevati dalla prima indagine).<br \/>\nAll\u2019interno del segmento di imprese che ritengono l\u2019attivit\u00e0 esposta a seri rischi operativi, una frazione di unit\u00e0 segnala la compresenza di rilevanti fattori di crisi: diminuzione del fatturato osservata tra giugno e ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019; previsione di una riduzione di fatturato nel periodo dicembre 2020-febbraio 2021; previsione di una crisi seria di liquidit\u00e0 nella prima met\u00e0 del 2021.<\/p>\n<p>Complessivamente, circa il 15% delle imprese (152mila, con oltre 1,2 milioni di addetti) presenta questa caratterizzazione particolarmente grave. L\u2019incidenza diminuisce con regolarit\u00e0 all\u2019aumentare della dimensione aziendale, passando dal 15,5% nelle microimprese al 4,7% nelle grandi. Dal punto di vista settoriale, sono i servizi a far registrare la maggiore incidenza di unit\u00e0 con un elevato profilo di rischio; seguono l\u2019industria in senso stretto e le costruzioni. Nell\u2019industria le imprese a maggiore rischio di sopravvivenza occupano 254mila addetti, nelle costruzioni circa 80mila e nei servizi quasi 920mila.<\/p>\n<p>A un maggiore livello di disaggregazione settoriale, i comparti che mostrano elevate incidenze di imprese ad alto rischio sono quelli legati alla mobilit\u00e0 per fini turistici (trasporti marittimi e aerei, agenzie di viaggio), l\u2019alloggio e la ristorazione, con quote di imprese coinvolte tra il 25% e il 50%.<\/p>\n<p>A livello territoriale la maggiore presenza relativa di imprese a rischio si rileva nell\u2019Italia centrale; seguono Mezzogiorno, Nord-ovest e Nord-est.<br \/>\nLa relativa indipendenza delle condizioni di rischio dalla performance economica delle imprese, rilevata nel periodo precedente la crisi, \u00e8 un altro aspetto di rilievo. Le imprese a forte rischio di sopravvivenza sono il 17% tra quelle meno produttive e poco pi\u00f9 del 13% tra le unit\u00e0 pi\u00f9 produttive (misurate sui risultati del 2018). Si tratta quindi di un rischio ampiamente diffuso, che minaccia anche segmenti di imprese che avevano registrato in passato livelli di performance produttiva relativamente elevati.<\/p>\n<p>Il 58,1% delle imprese (58,2% dell\u2019occupazione) prevede conseguenze negative dal lato della domanda nazionale; solo nelle costruzioni la quota \u00e8 molto inferiore alla media (43,9%). Le unit\u00e0 produttive del comparto industriale (33,3%) e le medie e grandi dimensioni aziendali (rispettivamente 37,0% e 32,2%) sono pi\u00f9 esposte agli effetti negativi nell\u2019ambito dei rapporti commerciali con l\u2019estero rispetto alla media complessiva (pari a 19,2%).<br \/>\nLa mancanza di liquidit\u00e0, segnalata nella prima rilevazione ad hoc sull\u2019emergenza come una criticit\u00e0 rilevante dal 51,5% delle imprese (37,8% in termini occupazionali), coinvolge ora il 34,1% di esse (24,6% degli addetti totali). I problemi di liquidit\u00e0 riguardano prevalentemente le imprese di ridotte dimensioni (34,9% delle micro, 33,0% delle piccole) mentre non si osservano specificit\u00e0 settoriali e territoriali.<br \/>\nIl 20,3% delle unit\u00e0 produttive (17,4% dell\u2019occupazione) dichiara criticit\u00e0 legate alla continuit\u00e0 delle filiere di produzione. In particolare, le conseguenze negative sembrano interessare prevalentemente l\u2019industria (31,2%) e le costruzioni (26,3%). Dal punto di vista dimensionale, coinvolgono soprattutto le imprese di piccole dimensioni (23,3%) e solo parzialmente le medie (18,1%) e grandi (13,8%).<br \/>\nInfine, per quasi due imprese su dieci (con il 23,0% degli addetti) le conseguenze della pandemia non avranno impatto sulla propria attivit\u00e0 o, se lo avranno, sar\u00e0 positivo. Le differenze, minime dal punto di vista territoriale (tra il 16,6% del Mezzogiorno e il 18,9% del Nord-est), sono invece significative a livello dimensionale e settoriale. Pi\u00f9 di un\u2019impresa su quattro delle costruzioni prevede effetti positivi o nulli della pandemia sulla propria attivit\u00e0 mentre nel commercio l\u2019incidenza \u00e8 del 18,0%. Gli scenari positivi o neutrali riguardano poi il 25,5% delle medie e il 29,5% delle grandi imprese, il 17,3% delle microimprese e il 18,6% delle piccole.<\/p>\n<p><strong>Strategie di reazione: fra espansione e spiazzamento<\/strong><br \/>\nLe conseguenze della pandemia sull\u2019attivit\u00e0 delle imprese sono state profonde e pervasive e hanno influenzato in modo trasversale tutto il sistema produttivo. In tale contesto, la capacit\u00e0 di resilienza \u00e8 anche connessa alle strategie adottate per contrastare gli effetti della crisi.<br \/>\nNel complesso, tra le imprese che dichiarano di aver pianificato qualche forma di reazione (il 57,0% del totale, rappresentative del 70,2% dell\u2019occupazione), la maggioranza ha scelto strategie riconducibili all\u2019espansione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva (il 25,8% delle imprese con il 36,1% degli addetti). Ci\u00f2 accade soprattutto nei settori industriali (34,7%) e del commercio (31,6%) e per le medie (42,8%) e grandi (41,3%) imprese. Le differenze territoriali non sono invece significative.<br \/>\nLe imprese orientate all\u2019espansione sono relativamente di pi\u00f9 tra le unit\u00e0 maggiormente produttive (27,9% contro 21,6% delle meno produttive) e tra quelle di minore dimensione, micro e piccole, per le quali livelli pi\u00f9 alti di performance sembrano favorire scelte di reazione espansive, soprattutto nel settore industriale.<\/p>\n<p>Sono invece il 20,9% (35,7% in termini occupazionali) le imprese che hanno previsto strategie di riorganizzazione. Anche in questo caso, tale scelta prevale tra le imprese dell\u2019industria (23,3%) e del commercio (23,7%) mentre \u00e8 molto pi\u00f9 limitata tra le micro imprese (18,5%).<\/p>\n<p>Strategie di contrazione sono infine prefigurate dal 16,0% delle imprese (14,1% dell\u2019occupazione), principalmente nel comparto dei servizi non commerciali (17,6%) e tra le imprese micro (15,8%) e piccole (17,2%). L\u2019incidenza \u00e8 invece minore tra le medie (13,3%) e grandi (10,8%).<\/p>\n<p>All\u2019opposto, le imprese che non prevedono particolari strategie di reazione sono concentrate per lo pi\u00f9 nelle costruzioni (55,8%) e tra quelle di minori dimensioni (45,7% di microimprese). Tuttavia, occorre distinguere fra le imprese che non prevedono strategie perch\u00e9 ritengono di non averne bisogno e quelle impossibilitate, per diversi motivi, ad adottarne.<\/p>\n<p>In particolare, il 29,8% delle imprese che non prevedono strategie (12,8% delle unit\u00e0 con il 10,6% dell\u2019occupazione complessiva) afferma di non farlo perch\u00e9 non necessario mentre il restante 70,2% (30,2% delle unit\u00e0 con il 19,2% dell\u2019occupazione) pu\u00f2 considerarsi spiazzato, ovvero non in grado di reagire alle conseguenze della crisi economica. Quest\u2019ultimo caso \u00e8 pi\u00f9 frequente tra le micro-imprese (71,4%), soprattutto dei comparti industriali (72,2%) e dei servizi non commerciali (73,9%).<br \/>\nFra le motivazioni risultano prevalenti le difficolt\u00e0 di definizione e pianificazione di una strategia (23,3% dei casi), le difficolt\u00e0 di finanziamento (7,6%) e quelle connesse alla criticit\u00e0 della riorganizzazione (6,0%). Problematiche inerenti la gestione e il reperimento di competenze necessarie riguardano invece il 2,7% delle imprese.<\/p>\n<p>La crisi scaturita dall\u2019emergenza sanitaria ha generato una consistente richiesta di sostegno da parte dell\u2019intero sistema produttivo. I piani di sviluppo di breve periodo risultano infatti compromessi per oltre tre imprese su quattro, e la riduzione della domanda, in particolare domestica, \u00e8 l\u2019aspetto pi\u00f9 cruciale.<br \/>\nPer il 40,7% delle imprese con 3 addetti e oltre questa criticit\u00e0 pu\u00f2 compromettere i piani di sviluppo aziendali di breve periodo, soprattutto nel caso delle imprese di piccola dimensione attive nel commercio (58,2%, con punte del 67% nel commercio all\u2019ingrosso) e nell\u2019industria in senso stretto (micro 55,0% e piccole 56,2%).<br \/>\nLa difficolt\u00e0 tocca soprattutto le microimprese dell\u2019industria delle bevande (con l\u201980,5%) e le piccole attive nella stampa (71,9%). La media impresa risulta colpita altrettanto duramente: spiccano i settori del Made in Italy dove si registrano punte nei comparti di abbigliamento (68,2%), tessili (67%) e fabbricazione di mobili (65,5%).<\/p>\n<p>La media impresa esprime anche criticit\u00e0 legate alla riduzione della domanda sui mercati esteri e all\u2019aumento dei costi di logistica e trasporto e aumenti dei prezzi (27,9%), fattori indicati frequentemente anche dalle imprese grandi (23,0%). Queste classi dimensionali sono le pi\u00f9 esposte alle criticit\u00e0 legate alla gestione della filiera\/catena del valore a livello nazionale o internazionale. La manifattura risulta il comparto pi\u00f9 esposto (15,2%), specialmente nella fabbricazione di articoli in pelle (47,2%) e di computer e prodotti di elettronica e ottica (45,9%). Complessivamente, le imprese che potrebbero necessitare di supporto per l\u2019operativit\u00e0 sui mercati esteri sono anche le pi\u00f9 produttive.<br \/>\nLa necessit\u00e0 di liquidit\u00e0 e di gestione delle fonti di finanziamento compromette i piani di sviluppo di breve periodo del 28,5% delle imprese, e risulta fattore tanto pi\u00f9 critico quanto minori sono la dimensione aziendale e la produttivit\u00e0 del lavoro. Dal punto di vista settoriale, il problema \u00e8 particolarmente rilevante per le imprese dei servizi di alloggio e ristorazione (38,0%) e per le attivit\u00e0 artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento (30,6%).<br \/>\nIl mutato contesto generato dalla crisi ha inoltre sollevato criticit\u00e0 di tipo sia normativo che organizzativo, senza accentuate distinzioni di classe dimensionale. Dal punto di vista normativo difficolt\u00e0 di interpretazione e applicazione dei provvedimenti sull\u2019emergenza sanitaria sono dichiarate dall\u201911,4% delle imprese ma le differenze settoriali sono forti. I servizi in particolare potrebbero beneficiare di supporto, specie nei comparti delle attivit\u00e0 legali e contabili (in cui queste difficolt\u00e0 sono segnalate dal 30,8% delle imprese), delle attivit\u00e0 sportive e di intrattenimento (18,9%) e nell\u2019assistenza sociale non residenziale (18,8%).<br \/>\nDal punto di vista organizzativo, la formazione\/adeguamento della forza lavoro alle nuove condizioni \u00e8 una criticit\u00e0 per il 7,0% delle imprese, con punte nei settori pi\u00f9 esposti come la sanit\u00e0 e assistenza sociale (13,2%) e in quelli non telelavorabili, come le costruzioni (11,1%). Al contrario, l\u2019organizzazione interna dell\u2019impresa in termini di spazi, processi e governance \u00e8 un problema pi\u00f9 diffuso tra le imprese di dimensioni maggiori, specialmente se attive nelle costruzioni (19,2%).<br \/>\nLa difficolt\u00e0 di pianificazione strategica \u00e8 espressa da circa una impresa su dieci, ed \u00e8 una prerogativa soprattutto delle medie imprese (13,2%), specie se attive nelle costruzioni (16,2%).<br \/>\nCriticit\u00e0 spesso connesse a gap informativi<br \/>\nL\u2019articolazione delle criticit\u00e0 che potrebbero compromettere i piani di sviluppo aziendali nel medio periodo non ha un riflesso altrettanto ampio nelle misure di policy ritenute pi\u00f9 rilevanti per risolverle. In parte ci\u00f2 \u00e8 dovuto a un difetto di informazione: oltre la met\u00e0 delle imprese dichiara di non essere a conoscenza dei provvedimenti che hanno potenziato e prorogato gli incentivi del piano Industria 4.0; oltre il 40% non sa dell\u2019esistenza di incentivi, risorse pubbliche e\/o figure di consulenza ai fini del trasferimento tecnologico, della trasformazione digitale, dell\u2019internazionalizzazione, dell\u2019export digitale; pi\u00f9 del 30% segnala di non essere informato sulla presenza di misure per il rafforzamento patrimoniale delle PMI, l\u2019aggiornamento e la formazione del personale, il rafforzamento di sportelli unici di consulenza, la cessione del credito d\u2019imposta sugli investimenti.<\/p>\n<p>Tra chi \u00e8 a conoscenza dei provvedimenti, la percezione della loro rilevanza indica chiaramente una domanda di misure finalizzate ad assicurare disponibilit\u00e0 liquide, pi\u00f9 che di strumenti (per lo pi\u00f9 con natura di consulenza) in grado di accompagnare la pianificazione e l\u2019attuazione delle strategie aziendali fino alla met\u00e0 del 2021. In particolare, oltre due terzi delle imprese ritengono \u201cmolto\u201d o \u201cabbastanza\u201d rilevanti le disposizioni di dilazione degli adempimenti fiscali mentre il 55,8% segnala apprezzamento per quelle che agevolano l\u2019accesso al credito (ad esempio attraverso il rafforzamento della dotazione e l\u2019estensione dei possibili beneficiari del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI).<\/p>\n<p>La richiesta di allentamento degli obblighi fiscali accomuna le imprese dei vari settori in misura pressoch\u00e9 identica (compresa tra il 65% degli altri servizi e il 69% delle costruzioni), ed \u00e8 pi\u00f9 diffusa tra le imprese piccole e medie, sebbene venga segnalata anche dal 53,5% delle grandi. Le preferenze per le disposizioni a sostegno dell\u2019accesso al credito, seppure trasversali sul piano settoriale, coinvolgono il 36,2% delle unit\u00e0 con 250 addetti e oltre, a fronte del 46,7% che in tale segmento le ritiene \u201cpoco\u201d o \u201cper nulla\u201d rilevanti.<\/p>\n<p>Poco pi\u00f9 di un terzo delle unit\u00e0 produttive (35,9%), inoltre, mostra apprezzamento per gli strumenti finalizzati all\u2019irrobustimento patrimoniale delle imprese, quali il Fondo Patrimonio PMI o il credito d\u2019imposta per la ricapitalizzazione delle PMI. Tali misure, esplicitamente rivolte alle imprese piccole e medie, sono ritenute importanti da oltre il 40% delle imprese potenzialmente destinatarie e dal 33,8% di quelle micro attive prevalentemente nei settori industriali, delle costruzioni e del commercio. Sono invece percepite di rilevanza trascurabile o nulla dal 40,5% delle medie imprese, in particolare da quelle operanti nei servizi di mercato.<\/p>\n<p>Infine, considerando il segmento produttivo \u201cspiazzato\u201d dall\u2019emergenza sanitaria, cio\u00e8 l\u2019insieme di unit\u00e0 colpite dalla crisi che tuttavia dichiarano di non avere ancora attuato strategie di ripresa, si riscontra in generale una minore conoscenza dei provvedimenti (la quota di chi ne \u00e8 al corrente non supera il 30%). Tra chi conosce le disposizioni, risalta l\u2019apprezzamento per le misure direttamente rivolte al sostegno della liquidit\u00e0, in particolare la dilazione degli adempimenti fiscali (circa l\u201980%) e il rafforzamento dell\u2019accesso al credito (71,2%).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 32,4% (con il 21,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilit\u00e0 della propria attivit\u00e0 e il 37,5% ha richiesto il sostegno pubblico per liquidit\u00e0 e credito, ottenendolo nell\u201980% dei casi. La diffusione della vendita di beni o servizi mediante il proprio sito web \u00e8 quasi raddoppiata, coinvolgendo il 17,4% delle imprese. 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