{"id":5523,"date":"2021-03-03T10:36:43","date_gmt":"2021-03-03T09:36:43","guid":{"rendered":"http:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/?p=5523"},"modified":"2021-03-03T10:36:43","modified_gmt":"2021-03-03T09:36:43","slug":"lindustria-dei-dati-pubblici-il-motore-della-riforma-della-pa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.italiaeconomiaonline.it\/web\/lindustria-dei-dati-pubblici-il-motore-della-riforma-della-pa\/","title":{"rendered":"L&#8217;industria dei dati pubblici, il motore della riforma della PA"},"content":{"rendered":"<p><span class=\"dropcap dropcap3\">A<\/span>perti, aggiornati, strutturati, machine readable e corredati dai metadati: i dati prodotti dalle Pubbliche Amministrazioni, per essere realmente utilizzabili, dovrebbero avere almeno queste caratteristiche. Sono decenni, ormai, che si sente parlare delle numerose possibilit\u00e0 offerte dai dati e delle ricadute, in termini di conoscenza e di benessere collettivo, conseguenti alla loro condivisione.<\/p>\n<p>Eppure, nonostante nel settore privato sia evidente il valore attribuito ai dati, talmente elevato da essere \u201cpagato\u201d con un corrispettivo in servizi gratuiti di ogni tipo, il settore pubblico sembra ancora troppo inconsapevole delle potenzialit\u00e0 informative di cui dispone e impreparato rispetto alle politiche da attuare.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, l\u2019impreparazione \u00e8 pi\u00f9 che altro dovuta a una specie di ostruzionismo burocratico e formale che impedisce di definire degli accordi snelli e veloci tra le amministrazioni. Per questo, la condivisione dei dati, prima di arrivare alle questioni tecnologiche riguardanti la cooperazione applicativa, viene ostacolata da protocolli d&#8217;intesa manzoniani firmati e controfirmati da dirigenti, direttori e presidenti, che, nel migliore dei casi, richiedono mesi di tempo per essere formalizzati. Nel peggiore, le trattative terminano con un nulla di fatto.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 stato un periodo, circa quindici anni fa, in cui parlare di condivisione e open data andava di moda: chiunque si lanciava in riflessioni fantasiose e proiezioni spericolate di ogni tipo, a volte veniva perfino interpellato chi ne sapeva realmente qualcosa e che, proprio per questo motivo, \u00e8 stato escluso dai consessi importanti. Poi, la moda \u00e8 passata e la questione open data \u00e8 stata considerata pi\u00f9 o meno risolta.<\/p>\n<p>Anche perch\u00e9 si \u00e8 palesata una parola sicuramente pi\u00f9 comunicativa, misteriosa e affascinante, il termine \u201cbig\u201d, che ha avuto il potere di arrestare il processo di diffusione e di condivisione dei dati: tutto si \u00e8 fermato ad alcune esperienze virtuose e a qualche file di testo che ancora resiste, eroicamente appeso alle pagine di un sito dimenticato, come una vecchia canottiera a costine stesa sui fili arrugginiti di una casa abbandonata. Come spesso accade, la normativa esiste ed \u00e8 chiara: l\u2019articolo I del CAD prevede che i dati aperti debbano essere:<\/p>\n<p>disponibili con una licenza o una previsione normativa che ne permetta l\u2019utilizzo da parte di chiunque, anche per finalit\u00e0 commerciali, in formato disaggregato;<br \/>\naccessibili attraverso le tecnologie digitali, comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti e provvisti dei relativi metadati;<br \/>\nresi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie digitali, oppure resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione (salvo quanto previsto dall\u2019articolo 7 del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36).<\/p>\n<p>A dispetto delle norme, per\u00f2, la situazione reale \u00e8 ben diversa. In primo luogo perch\u00e9 all\u2019interno delle PPAA non sembrano esserci molte persone che conoscano approfonditamente i dati e il loro ciclo di vita e siano in grado di attuare strategie di condivisione stabili e di lungo periodo. I dati prodotti e condivisi dalle istituzioni, almeno di quelle che fanno parte del Sistema Statistico Nazionale, dovrebbero garantire la qualit\u00e0, la completezza dei metadati e il rispetto degli standard internazionali di diffusione.<\/p>\n<p>Per produrre dei dati con queste caratteristiche, occorre industrializzare il processo di produzione e fare in modo che la diffusione non sia il compito di qualche volenteroso che inserisca manualmente un file di testo su uno dei tanti portali, ma la conclusione di un flusso informativo che passi per la raccolta, la validazione, l\u2019archiviazione, la pubblicazione e, possibilmente, la visualizzazione.<\/p>\n<p>Costruire \u201cl\u2019industria dei dati pubblici\u201d \u00e8 molto oneroso e impegnativo: la pandemia ha dimostrato ampiamente l\u2019impreparazione del sistema Paese, soprattutto in una situazione di emergenza, nella costruzione di una metodologia di raccolta rigorosa e affidabile e di un sistema di validazione e di condivisione trasparente e strutturato. Questi limiti, in una condizione di normalit\u00e0, devono spesso fare i conti anche con la duplice anima delle istituzioni, che producono contemporaneamente dati di flusso e dati di stock.<\/p>\n<p>I due processi produttivi, pur avendo degli elementi comuni, sono governati da logiche molto diverse e richiedono l\u2019impiego di metodologie e di tecnologie differenti per quanto riguarda le fasi di validazione, di diffusione e di visualizzazione. I dati di stock sono trattati attraverso l\u2019impiego di tecniche consolidate e vengono aggregati con lo scopo di descrivere un certo fenomeno nella sua interezza, i dati di flusso descrivono l\u2019evoluzione temporale di un fenomeno e, oltre a essere numericamente pi\u00f9 consistenti, hanno delle specificit\u00e0 che richiedono trattamenti e tecniche di validazione e di diffusione diverse dai dati di stock, anche in relazione al GDPR.<\/p>\n<p>La validazione dei dati di stock, generalmente riferiti a un intero anno, richiede molto tempo in quanto gli archivi si devono consolidare e il processo scientifico per garantirne la qualit\u00e0 \u00e8 molto oneroso: questo vincolo non consente di avere dati aggiornati in tempo reale, ma permette di descrivere i fenomeni con molta precisione. La validazione dei dati di flusso segue un iter molto diverso, attraverso il quale non \u00e8 al momento possibile garantire la stessa qualit\u00e0 dei dati di stock, ma in compenso risponde al bisogno crescente di numerosi ambiti di ricerca.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi una questione delicata che riguarda la distinzione tra i dati di sintesi e i dati puntuali: i primi possono essere trattati e condivisi senza vincoli particolari, i secondi, nella maggior parte dei casi, sono soggetti alla regolamentazione sul trattamento dei dati e impongono numerosi limiti non solo alla diffusione ma anche al trattamento e all\u2019analisi da parte dei ricercatori.<\/p>\n<p>Superato lo scoglio organizzativo e metodologico, che gi\u00e0 di per s\u00e9 rappresenta un limite notevole, c\u2019\u00e8 da affrontare la questione politica. Nonostante i proclami e le linee guida (molto spesso ignorate) dell\u2019AGID, le pubbliche amministrazioni sono ancora dei feudi nei quali regnano le regulae societatis dei gesuiti, ovvero l\u2019obbedienza incondizionata alle volont\u00e0 dei superiori gerarchici e la negazione dell\u2019evidenza, attraverso l\u2019omissione della diffusione della conoscenza, per indirizzare il pensiero per mezzo di ordini precisi dettati dalla Divina Provvidenza, che, chiss\u00e0 perch\u00e9, ha sempre sembianze molto umane.<\/p>\n<p>Questo aspetto rende gli archivi delle istituzioni assimilabili a dei fortini inespugnabili, protetti da un recinto chiamato \u201cprivacy\u201d, che ne legittima di fatto l\u2019isolamento. Se \u00e8 vero che negli ultimi anni la collaborazione tra istituzioni \u00e8 stata rafforzata, e alcuni archivi, soprattutto stock, sono stati condivisi, \u00e8 altres\u00ec vero che le metodologie adottate per la condivisione dei dati sono assolutamente inadeguate rispetto ai mezzi disponibili e fanno ricorso ancora a vecchi e insicuri metodi di trasferimento manuali (upload o FTP).<\/p>\n<p>In altre parole, non esiste una governance nazionale che definisca strategie, metodi e infrastrutture di condivisione, esistono pi\u00f9 che altro prassi sedimentate che non tengono conto delle evoluzioni del mondo e della tecnologia e, soprattutto, della necessit\u00e0 di creare un&#8217;industria dei dati pubblici. Eppure, le pubbliche amministrazioni dispongono di patrimoni informativi ricchissimi, che vanno dalle caratteristiche dei singoli individui ai dati economici, dai fabbisogni di personale ai bilanci, dalle competenze alle professioni svolte, attraverso i quali sarebbe possibile attuare consapevolmente tutte le riforme di cui il Paese ha bisogno.<\/p>\n<p>Il rinnovamento della PA passa attraverso un reclutamento del personale pi\u00f9 efficace e consapevole, un\u2019erogazione dei concorsi pubblici fluida e trasparente, una valorizzazione del merito, della conoscenza e dell\u2019esperienza dei lavoratori, un\u2019ottimizzazione delle spese e degli assetti organizzativi attraverso l\u2019attuazione di politiche sul lavoro sostenibili in termini economici, produttivi e ambientali.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile, se non impossibile, immaginare una riforma che, ancora una volta, ignori il valore dei dati e faccia ricorso alla volont\u00e0 della Divina Provvidenza. Se \u00e8 proprio necessario arrendersi all\u2019idea che la salvezza degli uomini non sia frutto del contributo di ciascun individuo al benessere della collettivit\u00e0, ma una specie di miracolo compiuto da uno dei tanti salvatori della Patria, molto cari alle masse, tanto vale identificare il salvatore nei dati e non in un santone improvvisato che dispensi l\u2019elisir delle riforme perfette.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Aperti, aggiornati, strutturati, machine readable e corredati dai metadati: i dati prodotti dalle Pubbliche Amministrazioni, per essere realmente utilizzabili, dovrebbero avere almeno queste caratteristiche. Sono decenni, ormai, che si sente parlare delle numerose possibilit\u00e0 offerte dai dati e delle ricadute, in termini di conoscenza e di benessere collettivo, conseguenti alla loro condivisione. 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