Per Legambiente i dati che ISPRA ha presentato oggi consolidano un trend che si sta manifestando da anni: la crescita del consumo di suolo torna ad essere un allarme ambientale, e l’Italia si allontana sempre di più dal target ‘zero consumo netto di suolo’. Inoltre, il nuovo rapporto ISPRA certifica la crescita di distanza dell’Italia dagli obiettivi (obbligatori) fissati dal regolamento europeo sul ripristino della natura, a partire dal target sugli ecosistemi urbani, in virtù del quale gli Stati Membri devono assicurare che nel 2030 non si registri alcuna riduzione di superfici occupate dagli spazi verdi rispetto al dato del 2024.
Sulla rincorsa dell’economia del cemento, Legambiente ricorda che siamo sempre più vicini ai livelli di consumo di suolo dei primi anni ‘2000, prima della crisi immobiliare esplosa in Europa a partire dal 2011. È urgente riscrivere l’agenda urbana: non si affronta il problema casa con nuove colate di cemento, ma con politiche che rendano accessibili i milioni di appartamenti sottoutilizzati o del tutto vuoti presenti nelle nostre città, e allo stesso tempo rigenerando spazi aperti nelle aree di dismissione, al fine di riportarvi suoli vivi e vegetazioni in grado di migliorare l’ambiente urbano mitigando gli effetti del riscaldamento climatico.
Il rapporto ISPRA rileva anche la forte crescita avvenuta per le superfici territoriali dedicate ad impianti fotovoltaici a terra, con concentrazioni particolarmente elevate nell’Alto Lazio e nella Sicilia Orientale. Si tratta, sottolinea Legambiente, di consumi di suolo ‘reversibili’, perché interessati da installazioni che a fine vita potranno essere smontate e asportate, per le quali dunque, più che di suolo ‘consumato’, bisogna parlare di suolo ‘prestato’ ad uso energetico. Si tratta di quasi 2.800 ettari di superfici coperte da pannelli, che oggi rappresentano la principale e più efficiente alternativa all’approvvigionamento energetico da fonti fossili, e occupano oltre un quinto delle superfici trasformate nell’ultimo anno.
“La legislatura che si sta concludendo – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – si è distinta per l’approvazione del decreto agricoltura che ha vietato il fotovoltaico a terra che, come è noto, usa il suolo e non lo consuma, mentre i nuovi data center e poli logistici, le nuove infrastrutture autostradali, aree residenziali o produttive si possono tranquillamente realizzare sulle aree agricole che, in questi casi, saranno perse per sempre. È una grave contraddizione che il Paese non si può più permettere, se vogliamo fermare veramente il consumo di suolo”.
“Nei prossimi anni sarà necessario sviluppare parchi fotovoltaici e agrivoltaici su crescenti estensioni di territori agricoli, una necessità ineludibile per il clima e per il sistema energetico che vogliamo libero da fonti fossili e si può fare senza ‘perdita’ di suolo e dei servizi ecosistemici che il suolo rende. Per questo occorre una pianificazione che si faccia carico di distribuire omogeneamente le aree idonee nel territorio nazionale, anche se le diverse leggi regionali approvate nei mesi scorsi non vanno purtroppo in questa direzione. È anche importante che vengano definiti requisiti minimi obbligatori per la buona gestione del suolo nelle installazioni fotovoltaiche, così che il suolo continui a rifornire la biodiversità vegetale e animale anche durante l’esercizio dell’impianto, e che a fine vita, dopo lo smontaggio dell’impianto a terra, lo stesso suolo possa ritornare ad accogliere colture agricole, senza accusare perdite di fertilità. Non è davvero il caso di stigmatizzare l’uso del territorio per la produzione di energie rinnovabili, si tratta di una destinazione produttiva, al pari delle colture agricole tradizionali. Ad entrambe queste produzioni, di energia solare o di materie prime alimentari, chiediamo la stessa cosa: di usare bene il suolo, senza danneggiarlo o comprometterne lo stato di salute”, dichiara Damiano Di Simine, responsabile suolo Legambiente.













