Nel 2018 nel Mezzogiorno meno della metà della popolazione in età da lavoro risulta occupata, più di 1 giovane su 3 non studia e non lavora (Neet).

Mancano all’appello 3 milioni di posti di lavoro.

Il report “Il lavoro nel Mezzogiorno. I problemi strutturali del mercato”, realizzato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, sarà presentato domani a Matera al convegno interregionale dei Consulenti del Lavoro della Basilicata e della Puglia.

Nel 2018 nel Sud meno della metà della popolazione in età da lavoro (15-64 anni) risulta occupata e più di 1 giovane su 3 non studia e non lavora (Neet).

In costante crescita precariato e lavori poco qualificati: in 10 anni i contratti stabili sono diminuiti del 7% e i lavori non qualificati hanno raggiunto il 15,7%, a fronte di una flessione del 2% delle professioni altamente specializzate.

Inoltre, a fine 2018 è emerso che per superare il divario che separa il Mezzogiorno dal resto d’Italia sarebbe stato necessario creare circa 3 milioni di posti di lavoro nelle sole regioni meridionali. In un quadro di emergenza strutturale come questo, resta necessario generare nuova occupazione al Sud con investimenti mirati a impedire l’abbandono dei territori da parte di imprese e nuovi talenti.

A conferma di ciò, i dati Istat rilevano che nei prossimi trent’anni in Italia la popolazione in età lavorativa diminuirà circa di 7,3 mln di persone, metà delle quali nel Meridione (3,8 mln), dove la flessione sarà pari a un quarto (-28,1%), con un aggravio dei già consistenti squilibri economici e produttivi.

Il report “Il lavoro nel Mezzogiorno. I problemi strutturali del mercato”, realizzato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro e che sarà presentato domani a Matera in occasione del primo convegno interregionale dei Consulenti del Lavoro della Basilicata e della Puglia, descrive la situazione economica, demografica e occupazionale delle regioni del Sud e analizza le forti disuguaglianze con il resto del Paese.


Se guardiamo alla classifica delle province italiane per tasso di occupazione nel 2018, in coda troviamo Trapani (38,4%), preceduta da Napoli (38,7%) e da Agrigento (38,8); in vetta invece tre province del Nord: Bolzano, con il 73,5% della popolazione occupata, Bologna con il 72,4% e Belluno con il 70,4%. Altre tre province meridionali occupano i primi posti in classifica per tasso di disoccupazione.

Prime Crotone e Agrigento (27,6%), seguite da Messina, dove più di un quarto della popolazione è in cerca di lavoro (25,5%). Non meno preoccupanti i dati riguardanti la disoccupazione giovanile, che rimarcano il forte gap con il Nord Italia: se a Matera oltre 2 giovani su 3 fra 15 e 24 anni non trovano lavoro (69,2%), a Monza e Brianza in questa condizione si trova meno di 1 giovane su 10 (9,2%). Il 36,6% dei giovani meridionali tra i 15 e i 35 anni sono Neet, a fronte del 16,3% del Settentrione.

Significativo anche il divario di genere: sotto la media nazionale di occupazione femminile (49,5%) si trovano solo province meridionali, fra cui fanalino di coda è Agrigento con appena il 23,6% di donne occupate.

Qui, infatti, 2 donne su 3 scelgono di non lavorare (il 68,9%), molto spesso a causa di salari troppo bassi che, in caso di figli a carico, si ridurrebbero drasticamente per sostenere le spese per la cura dei bambini e il lavoro domestico.

I dati registrati dall’Osservatorio mostrano anche come le misure di decontribuzione adottate negli ultimi anni risultino insufficienti in assenza di un piano strutturale di politiche attive del lavoro.

In particolare, gli esoneri contributivi del 2015 e 2016 – che hanno sostituito quelli della legge 407/90 sulle assunzioni agevolate con particolare attenzione al Mezzogiorno – non hanno prodotto particolari vantaggi a livello territoriale.

Solo dal 2017 in poi, con l’incentivo “Occupazione Sviluppo Sud” sono state favorite assunzioni e trasformazioni di contratti a tempo indeterminato, ma non il superamento del divario occupazionale Nord-Sud. Senza considerare, poi, che invece di introdurre misure efficaci di riqualificazione e accompagnamento al lavoro, è stata incrementata la spesa per sussidi di disoccupazione.

Nel 2018 il costo medio mensile della NASpI è stato di 1,25 miliardi di euro, a cui si sono aggiunti nel 2019 284 milioni al mese per sostenere il reddito di cittadinanza. Quest’ultima misura vede a settembre oltre 842 mila nuclei familiari beneficiari, di cui il 65,1% dei percettori e il 61,7% delle famiglie vivono al Sud.

Se si moltiplica l’importo medio mensile dell’assegno – 518,36 euro – per i nuclei percettori del reddito, la spesa mensile in deficit ammonta a 437 milioni di euro, 285 dei quali sono destinati alle regioni meridionali.


“Un’operazione di questo genere è sostenibile solo attraverso un piano di ricollocazione professionale dei disoccupati e una rete efficiente di servizi per l’impiego, che integri pubblico e privato”, ha sottolineato il Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca. “Pertanto, per superare il divario Nord-Sud Italia – ha aggiunto – sarà determinante attuare la fase 2 del reddito di cittadinanza, incentrata sulle politiche attive del lavoro con l’obiettivo di sostenere il percorso di ricerca o riqualificazione professionale di chi non ha un’occupazione”.

Ma non solo. É necessario, secondo il Presidente, creare nuova occupazione facendo leva su un programma di abbattimento strutturale del costo del lavoro, che attiri investimenti in infrastrutture e tecnologia soprattutto nei territori del Mezzogiorno. “Abbiamo sostenuto con determinazione – ha precisato – l’estensione del ‘bonus Sud’ all’intero 2019 e l’utilizzo dei fondi ancora disponibili, perché i costi sostenuti dalle imprese che creano lavoro sono uno dei principali freni allo sviluppo dell’economia.

Il taglio del cuneo fiscale e contributivo così come la semplificazione degli oneri burocratici sono interventi prioritari – ha concluso –, specialmente in quelle realtà in ritardo rispetto al resto del Paese

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